La Nuova Sardegna

Sassari

Morì dissanguato, un’imputata patteggia

di Nadia Cossu
Morì dissanguato, un’imputata patteggia

Tre chirurghi erano stati indagati dopo il decesso di un 55enne e due dirigenti mediche accusate di falso ideologico

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SASSARI. Va avanti, con qualche novità, l’inchiesta che vede tre chirurghi delle cliniche universitarie imputati per omicidio colposo dopo la morte di un paziente di Ozieri operato per l’asportazione di una cisti e deceduto subito dopo per uno choc emorragico (durante l’operazione fu recisa un’arteria).

I chirurghi sono Salvatore Denti, Fabrizio Scognamillo e il primario Mario Trignano (secondo l’accusa quest’ultimo non avrebbe monitorato con la sua presenza fisica le fasi più critiche dell’intervento). Nella lista del pubblico ministero Carlo Scalas erano finite anche Maria Teresa Riu, responsabile della direzione medica di Ozieri, e Maria Francesca Sardu, dirigente sanitaria e moglie del chirurgo Denti, accusate dalla Procura di falso ideologico relativamente alla «certificazione della casistica operatoria di Denti nell’ospedale di Ozieri dal 1989 al 2005 (periodo in cui aveva lavorato in quel presidio ndc)». Maria Teresa Riu, in particolare, era accusata di aver «attestato, difformemente dal vero – scrive il pm Scalas – di aver rilevato dai registri operatori che Denti aveva eseguito un intervento chirurgico per cisti idatidea epatica in qualità di primo operatore e dieci in qualità di secondo operatore. Mentre si era limitata a recepire senza effettuare alcuna verifica, le tabelle fornitele dalla Sardu riportanti peraltro data falsa». Dai registri operatori in sequestro risultò infatti che «Denti eseguì soltanto 4 interventi del genere come secondo operatore». La prima novità riguarda proprio la Riu che, assistita dall’avvocato Gabriella Maria Rita Marogna, due giorni fa ha patteggiato davanti al gup Grotteria la pena di un anno e quattro mesi di reclusione (il pm era partito da una richiesta di tre anni). L’altra novità è che l’avvocato Antonio Secci, che assiste i familiari della vittima, nella stessa udienza ha chiesto e ottenuto dal giudice la chiamata dell’Azienda ospedaliero universitaria come responsabile civile.

L’intervento chirurgico per il quale i medici sono stati indagati dalla Procura della Repubblica risale al 24 ottobre del 2011. Un allevatore 55enne di Ozieri, Mario Tanda, venne ricoverato nell’unità di Patologia chirurgica delle Cliniche per l’asportazione di una cisti di echinococco di dieci centimetri vicina al fegato e ormai vecchia e calcificata. Una cisti che Tanda aveva scoperto per caso: un anno prima era caduto mentre lavorava e aveva fatto una radiografia lombare. All’esito dell’esame i medici avevano notato una macchia scura che era poi stata diagnosticata come cisti benigna. L’allevatore aveva deciso di operarsi per rimuoverla e quel giorno di ottobre in sala operatoria c’erano Salvatore Denti, primo chirurgo, e il suo aiuto Fabrizio Scognamillo. L’intervento all’inizio andò bene, furono le complicanze a rilevarsi devastanti. Una emorragia “catastrofica”, durata quattro ore, che gli portò via 9 litri di sangue e che soprattutto mandò il paziente in uno stato di coma irreversibile.

Il consulente del pm Rita Celli stabilì in una dettagliata relazione che ci fu una condotta imprudente da parte dei medici: «Un rapporto di causa – scrisse la Celli – tra la loro condotta e il decesso di Mario Tanda». In sintesi: quella cisti non doveva essere asportata radicalmente ma solo parzialmente decapitata. Era calcificata, morta. Ma soprattutto era localizzata vicino al fegato, a contatto con grossi vasi sanguigni, in una zona difficilmente aggredibile.

Nell’udienza del 24 ottobre i chirurghi si sottoporranno a esame davanti al giudice dell’udienza preliminare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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