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Sassari

Comune di Sassari, i ribelli rimandano Sanna a settembre

di Luigi Soriga
Comune di Sassari, i ribelli rimandano Sanna a settembre

Approvato il programma del primo cittadino con il minimo dei voti necessari e 4 consiglieri del Pd abbandonano l’aula

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SASSARI. Sindaco promosso con la sufficienza, o meglio rimandato a settembre. Perché 18 consensi (19 con il proprio voto) sulle dichiarazioni programmatiche, sono proprio il minimo sindacale per poter ancora parlare di sostegno di maggioranza.

Quindi tra Ferragosto, Candelieri e pausa estiva, ci saranno due settimane di tempo per far decantare i malumori all’interno del Pd e per pensare a una soluzione che possa ricomporre la frattura.

Altrimenti Nicola Sanna e la sua giunta, di seduta in seduta dovranno camminare stando attenti al fuoco amico, dato che al momento l’esecutivo e il Consiglio viaggiano su binari separati. Nel senso che la fisionomia della giunta è stata delineata dal sindaco, ma 11 consiglieri su 13 non gradiscono la scelta sugli assessori e sulle deleghe.

Questo comporta un cortocircuito amministrativo, per cui le decisioni dell’esecutivo non è più scontato che vengano obliterate automaticamente dalla maggioranza, che potrebbe di volta in volta mettere i puntini sulle i.

L’ultima seduta. Nelle precedenti riunioni di Consiglio la lacerazione del Partito Democratico è stata evidente. Gli undici dissidenti che fanno riferimento al correntone di Spissu, Lai e Demontis hanno puntato i piedi sul menù del mandato Sanna. Cioè sulle dichiarazioni programmatiche, che corrispondono all’elenco delle cose che il sindaco vorrebbe realizzare da domani ai prossimi cinque anni.

Hanno fatto capire di non aver alcuna intenzione di votare la pratica, e di voler infliggere al primo cittadino le stigmate di un’astensione. Il che, come esordio amministrativo, sarebbe una macchia indelebile. E infatti ci sono volute altri due assemblee rinviate per arrivare alla seduta di ieri, con i dissidenti ancora dell’idea che l’astensione sarebbe il segnale più idoneo da lanciare.

Poi però, poco prima dell’appello del presidente Piu, il ripensamento. Al posto della formale astensione, un rimbrotto più blando: il sì alle dichiarazioni programmatiche verrà concesso, ma con i voti strettamente necessari, cioè18. Quelli superflui si sono volatilizzati, e infatti alla chetichella, quattro consiglieri del Pd hanno abbandonato l’aula. Latitante Stefano Perrone, sparito Giovanni Crobu, scomparso Pierpaolo Bazzoni, nessuna traccia di Salvatore Sanna, tutti presenti all’appello di inizio seduta. Ogni consigliere è l’espressione in carne ed ossa delle singole anime del Pd in disaccordo con le scelte del sindaco. Un’assenza chirurgica che ha il suo peso, e che sta a ricordare a Nicola Sanna che ogni sua mossa verrà vivisezionata in Consiglio, a meno che qualcuno non decida di alleggerire il braccio di ferro.

La disputa. Sanna rivendica la sua leaderhip e il fatto di aver vinto le elezioni mettendoci la propria faccia e la propria credibilità. E un sindaco che vince ha tutto il diritto di scegliersi il proprio staff con al suo fianco persone di fiducia. E quindi, giusto per fare un esempio, Carbini, Spanedda e Marras che gli hanno dato una spinta decisiva per prevalere nella fase delle primarie sulla concorrente Angela Mameli. Gli undici dissidenti invece chiedono l’azzeramento di una giunta preconfezionata e non concordata con tutte le componenti del partito.

Dicono che le primarie non devono condizionare gli assetti dell’esecutivo e non devono selezionare i buoni e i cattivi. Perché sono una parentesi pre-elettorale, e la vittoria alle urne si è ottenuta con il sostegno di tutto il Pd, compresi gli undici “ribelli” che hanno convogliato circa 10mila voti. Quindi secondo loro queste preferenze hanno tutto il diritto di essere rappresentate in giunta, senza alcuna pregiudiziale o casella blindate (tipo Ambiente-Carbini; Urbanistica Marras e via dicendo).

Sembrano posizioni inconciliabili, perché per accontentare tutti, compresi gli altri partiti minori (che pure hanno dato il loro contributo) occorrerebbero una ventina di assessorati. Il nodo si potrà sciogliere probabilmente solo dopo il congresso di settembre del Pd, che ridefinirà le forze in campo all’interno del partito e chi avrà i numeri per fare la voce grossa.

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