A Bisarcio un laboratorio di archeo-antropologia
È il progetto dell’Università di Sassari coordinato dal docente Marco Milanese Ora si attende solo l’esito della partecipazione a un apposito bando regionale
OZIERI. Il villaggio medievale di Bisarcio come sede di alta formazione di specialisti in archeo-antropologia. È questo l’obiettivo di un progetto dell’Università di Sassari, coordinato dal docente di Archeologia medievale professor Marco Milanese, che attende risposte dalla partecipazione a un apposito bando regionale. L’idea è quella di creare un laboratorio permanente per uno studio interdisciplinare che unisca l’archeologia in senso stretto alla medicina, l’antropologia e alla storia della medicina, dell’igiene e della salute per ricostruire la vita quotidiana delle comunità che hanno popolato nei secoli il sito. È un approccio che le Università di Sassari e Pisa stanno utilizzando nel nuovo Centro di Studi Antropologici, Paleopatologici e Storici nato di recente nell’ateneo sassarese, che sarà presentato domattina in un convegno a Sassari che poi proseguirà nel pomeriggio proprio a Bisarcio, dove il Centro ha avuto il suo debutto con un laboratorio attivato nel corso della campagna di scavi tenutasi tra agosto e settembre. Si è partiti dalla scoperta dei resti umani nel cimitero, che sottoposti ad analisi scientifiche e mediche, oltre che al normale studio archeologico, hanno fornito importantissime notizie sulle persone defunte: età e sesso, in primo luogo, ma anche cause di morte ed eventuali patologie presenti. Quest’ultima costituisce un indicazione utilissima per ricostruire anche l’identikit sociale della persona, come a Bisarcio ha dimostrato il ritrovamento dello scheletro di un uomo sui 50 anni vissuto nel Settecento, alto circa 1 metro e 75, la cui morfologia ossea e muscolare presenta un forte sviluppo degli arti superiori ma lesioni e infezioni a quelli inferiori: un contadino o un allevatore, sicuramente, abituato a lavorare nei campi e a percorrere sentieri impervi. Gli altri esempi presenti a Bisarcio - databili dal Medioevo, periodo di maggiore fioritura della comunità, sino agli inizi del Settecento, anni dell’abbandono del sito - hanno consentito alte importanti scoperte, anche grazie al ritrovamento di manufatti, gioielli e monete. Una su tutte è quella relativa alla modalità di sepoltura: la maggior parte dei corpi veniva inumata in cassa di legno, fatto raro per quei tempi, e veniva sepolta con una moneta posta sulla fronte, che in caso di sepoltura in posizione supina veniva poggiata ma presumibilmente era legata con nastri di tessuto in caso di sepoltura su un fianco, con il volto rivolto alla basilica. Una modalità sino a questo momento unica in Sardegna per quel periodo, della quale si parlerà nel convegno di domani.
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