Il pm: ha ucciso il marito, 16 anni alla Orrù

L’accusa: ha agito con dolo. Il consulente Mingioni: manca l’energia nella coltellata, la lama non è andata in profondità

SASSARI. Sedici anni di reclusione per quella moglie «che ha ucciso con dolo il proprio marito». Marina Gavina Orrù ha provato a salvare il suo uomo quando si è resa conto che sanguinava, ha chiesto aiuto, ha cercato di rianimarlo, ha chiamato sua figlia al telefono. Ecco perché, secondo il pubblico ministero Carlo Scalas, «ci sono i presupposti per concedere all’imputata le attenuanti generiche». Tuttavia il pm definisce «certamente doloso l’omicidio di Mario Loi» e per questo, al termine della requisitoria nel processo che si celebra davanti alla corte d’assise di Sassari, ha chiesto ai giudici «di applicare un giudizio di equivalenza e non di prevalenza delle attenuanti generiche. Perché se una persona ancora oggi nega l’evidenza significa che non prova pentimento». La richiesta arriva subito dopo: Scalas parte dalla pena massima di 24 anni che con le attenuanti e lo sconto di pena previsto dal rito abbreviato (condizionato) diventa una richiesta di condanna «a sedici anni di reclusione».

La requisitoria. Dura circa un’ora e mezza la discussione del pubblico ministero che fa una ricostruzione scrupolosa di quel pomeriggio del 17 luglio 2013, quando Mario Loi, 53 anni, autista di ambulanze per l’associazione di soccorso Sant’Anna, muore accoltellato nella sua casa di via Caniga. A finire in carcere, con l’accusa di omicidio volontario, è sua moglie Marina Gavina Orrù, di 49 anni. Lei ha sempre sostenuto che si sia trattato di un incidente. Che il marito le sarebbe caduto addosso mentre lei, piegata per raccogliere il cellulare caduto a terra, impugnava il coltello che doveva utilizzare per tagliare l’anguria. La vittima si è risollevata e si è accasciata qualche minuto dopo.

Il pm, a dire il vero, di ricostruzioni ne fa quattro, perché tante sarebbero state quelle emerse durante la fase investigativa. Fino all’ultima fornita dalla stessa Orrù durante l’udienza di venerdì scorso. Scalas elenca una serie di elementi che porterebbero a ritenere con certezza che l’imputata abbia colpito il marito con il fendente. Parla della conclamata crisi matrimoniale tra i due: «La figlia Monica ha raccontato che i genitori bisticciavano ad alta voce. Non dormivano più insieme, Loi aveva anche da poco tolto la fede dal dito. La vittima avrebbe anche detto di rimanere a casa controvoglia solo per l’interesse dei figli». Contesta, il pm, anche la ricostruzione della modalità di accoltellamento fatta dalla Orrù, rilevando tra le altre cose «l’assenza di tracce di sangue nella parte posteriore della giacca indossata dalla signora». E poi c’è quella frase che avrebbe detto alla figlia appena dopo la tragedia: «Vedrai che quando torna a casa (l’imputata era convinta che il marito sopravvivesse ndc) non me lo perdonerà mai». Il che presupporrebbe per l’accusa l’intenzionalità del gesto. Esamina anche le consulenze degli ultimi mesi, il pubblico ministero, ed evidenzia alcuni aspetti tecnici sulle ferite nel corpo della vittima e le incongruenze sull’impugnatura del coltello da parte dell’imputata. La conclusione è una richiesta di condanna a sedici anni di reclusione.

Il consulente torna in aula. L’udienza si era aperta con Vindice Mingioni, il consulente della corte richiamato in aula per valutare la compatibilità delle dichiarazioni dell’imputata con gli accertamenti medico legali. Mingioni è stato chiaro: «Dal punto di vista tecnico non ci sono elementi lesionali in grado di supportare una dinamica piuttosto che un’altra». Mingioni continua a propendere per una posizione frontale tra i due ma puntualizza: «Manca la coltellata, l’aver impresso energia alla lama. Quello che può andare a favore dell’imputata è che il tramite non è affondato, non è andato in profondità». Ma escludere con certezza un’ipotesi o confermarne un’altra con altrettanta precisione «non è possibile».

Il 7 novembre la parola alle parti civili e alla difesa.

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