La Nuova Sardegna

Sassari

Agricoltura, Cia in campo: «Basta con gli sciacallaggi»

di Barbara Mastino

Il presidente provinciale dell’associazione critica la speculazione delle banche «La Regione rimoduli i debiti o tante aziende finiranno come quella di Ardara»

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OZIERI. La presenza in via ufficiale della Confederazione italiana agricoltori alla manifestazione di martedì contro il pignoramento dell’azienda agricola Camboni di Ardara apre un nuovo corso sia nella protesta contro gli espropri sia, soprattutto, nell’approccio della stessa associazione di categoria ai problemi del mondo agricolo. La Cia si mette in prima linea accanto alla sua base, con un atteggiamento che ricorda quello dei movimenti (come Mps) ma che non si discosta affatto dal ruolo di rappresentante della categoria che essa tiene e rivendica. «Ripartire dalla base» aveva detto a margine della protesta di martedì il componente del direttivo provinciale Pierangelo Monzitta: una dichiarazione di intenti che illustra il nuovo corso voluto dalla Confederazione, a partire dagli stessi vertici. Un concetto ribadito oggi dal presidente del direttivo provinciale Giovanni Canu, anch’egli presente alla protesta pacifica di Ardara con altri componenti del direttivo: come altre volte, ma in questo caso in veste ufficiale di presidente e rappresentante della confederazione. «Sono io stesso pastore e agricoltore - dice Giovanni Canu - come lo siamo noi tutti componenti della Confederazione. Per questo non possiamo non essere sensibili e fare nostre le problematiche del settore agricolo. Chiediamo alla Regione che agisca per rimodulare i debiti agricoli - aggiunge il presidente - altrimenti tante altre aziende nel giro di poco tempo saranno costrette a subire la stessa sorte dell’azienda Camboni di Ardara».

La storia e le vicende dell’azienda ardarese, infatti, sono simili a quelle di tante altre imprese agricole sarde e non solo. E’ lo stesso Giovanni Canu a raccontarle, svelando dei particolari che consentono di inquadrare meglio la situazione. «L’azienda di Gianfranco Camboni, di 65 ettari circa - dice infatti il presidente Canu - fu acquistata negli anni Novanta per 600 milioni di lire con la prassi della piccola proprietà contadina a tasso variabile del 4-5 per cento.

Nel 2008, a causa di problemi di salute, i proprietari saltarono il saldo di una rata del mutuo e da quel momento partì il calvario: la banca mise all’asta l’azienda per 300 mila euro, denaro che la famiglia Camboni non possedeva. Con figli in minore età e i pesanti contraccolpi della crisi del settore ovino, acuitasi nel 2010 - prosegue il presidente Canu -, da allora la situazione non è cambiata: la crisi non dà garanzie alle banche, come alla banca protagonista di questa vicenda (Monte dei Paschi di Siena, ndr) e così il valore dell’azienda Camboni cala dai 300 mila euro della prima battuta all’asta ai 130 mila euro dell’ultima. E qui il finale è sconcertante: anche Camboni fa un’offerta, ma questa viene superata del 5 per cento. Io qui vedo solo sciacallaggio», affonda Canu.

«È ora di dire basta - conclude -, con chi «specula sulla pelle di una famiglia che in azienda abita e lavora con le sue tre figlie, e che ci sta rimettendo in denaro e in salute. La Cia e tutto il mondo agricolo, uniti, devono opporsi con decisione a questa drammatica situazione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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