Buon compleanno, vecchia cara radio
Sinceramente non ho mai compreso come le parole possano viaggiare dentro i fili o la musica via “etere” o, come inserendo un disco o pigiando un tasto, possa partire la melodia che ho scelto. So, per certo che la radio, a casa mia, c’è sempre stata. La prima era bianca, enorme, con le manopole marrone e con i nomi delle città scritte in rosso: Londra, Roma, Copenaghen, New York, Tokio. Si sentiva tutto in onde medie con un ritorno “graffiato” e poco limpido.
Io, a quei tempi, ascoltavo soprattutto le partite di “tutto il calcio minuto per minuto”, le voci calde di Ameri e Ciotti, Provenzali. Mia madre amava la Corrida di Corrado e il venerdì alle quattordici c’era Lelio Luttazzi con la sua “Hit parade”. La radio ha compiuto i suoi primi novant’anni e data per spacciata dopo l’avvento della televisione è riuscita, invece, a modernizzarsi, a plasmarsi e giungere fino ad oggi ancora intatta con diversi passaggi e mutazioni che fanno parte, anch’essi, del segno dei tempi.
Agli inizi degli anni Settanta si pensava che le radio “nazionali” di “Stato” venissero spazzate via dalla modulazione di frequenza che permise, in un attimo, di far nascere le radio cittadine, provinciali e, in alcuni casi regionali. Le prime, in Sardegna, furono Radio Sandwich ad Alghero e Radiolina a Cagliari. Poi nacquero radio Sassari Centrale, radio Barbagia, radio Comunità, radio Venere, solo per ricordarne alcune. Erano le radio della “partecipazione”, delle dediche in diretta, dell’esserci con le parole e con la possibilità di poter essere identificati dagli amici, dai fidanzati, dagli amanti. Le radio minimaliste, intimiste, contrapposte a quelle “impegnate” legate alle dirette dei consigli comunali, alla lettura dei giornali, delle poesie della beat generation, alle musiche e alle canzoni che nelle radio della Rai non passavano. Venne il tempo dei cantautori italiani, di quelli americani, venne il tempo del jazz, della musica andina, di quella irlandese. Si scoprirono nuove voci, nuovi modi di raccontare le cose, si scoprirono i propri quartieri con la pubblicità. Fu la conquista di un’insolita vaghezza dentro anni duri, ottusi, di piombo.
Sentimmo il GR2 di Gustavo Selva annunciare – fu il primo – del sequestro di Aldo Moro, il 16 marzo 1978. C’è chi ascoltò la vittoria ai campionati del mondo di calcio del 1982 dalla radio, perché lavorava e c’è chi, dopo la vittoria, corse per le strade, in auto, con la radio accesa. Le mutazioni furono velocissime: si passò dall’autoradio sottobraccio a quella fissa, impossibile da rubare. Poi le radio “libere” cominciarono a sgretolarsi, a unirsi in qualche caso nei famosi net-work perché in fondo la Rai era sempre molto forte e molto ascoltata. Diventarono radio nazionali: Radio tele Lombardia, oggi RTL 102.5, Radio Kiss Kiss di Napoli, radio DJ, radio 105, Radio Radicale e ci fu l’avvento di Radio Maria.
La radio cambiava pelle: diventava da generalista più specialistica, più settaria, dedicata a certi argomenti e creava una fidelizzazione incredibile. Perché, come dice Finardi “con la radio si può scrivere, leggere o cucinare” e perché, soprattutto, ti puoi muovere. Doveva morire la radio, c’era anche una canzone famosissima negli anni ottanta a rimarcarlo “Video Killed the radio star”. E invece quelle parole pasticciate che camminano in fili invisibili continuano tutti i giorni ad intrecciarsi con i nostri ricordi, con le nostre giornate: le scandiscono, le compongono e scompongono. La radio fa parte della nostra vita. È, in qualche maniera, un pezzo della nostra vita, dei nostri sogni, dei nostri antichi amori, delle passioni, delle paure, della voglia di cantare a squarciagola e costruirci tutti i giorni, con la radio, quel palinsesto molto personale che si chiama libertà. Buon compleanno vecchia e cara radio.
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