La Nuova Sardegna

Sassari

Cimitero, fiori e preghiere per salutare i cari defunti

di Luigi Soriga

Grande folla per Ognissanti, il camposanto per due giorni è un luogo diverso La parte monumentale regala sempre la suggestione di qualche bella storia

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SASSARI. C’è una trasfusione eccessiva di vita, al cimitero, il giorno dei santi. Un ingorgo di ricordi, migliaia di lutti che si sfiorano, confusione, chiacchiericcio: l’invasione di un’umanità di superficie dentro un luogo altrove. Per allontanarsi nuovamente dalla vita e ritrovarsi a mollo nel silenzio, c’è un unico sistema: andare al cimitero contro corrente, come i salmoni nei fiumi, e risalire la calca quando esce per tornare a casa.

All’ora di pranzo il camposanto riempie davvero lo sguardo e l’anima. I viali sono lunghi e deserti, e di quella colonizzazione trasitoria è rimasto solo un enorme tappeto colorato di fiori. A quel punto è bello camminare a caso, passeggiare lungo questo bagnasciuga del passato, tra marmi che conservano un’infinità di storie e di volti.

Sbaglia chi non va al cimitero perché lo considera un posto lugubre e triste. Il cimitero, a saperlo guardare, è un luogo bellissimo. A tratti capace di risucchiarti completamente, davanti a un’esistenza lasciata in sospeso, da riempire solo con tanti chissà.

Soprattutto nella parte monumentale è affascinante fermarsi di fronte a una lapide per qualche minuto a immaginare che passato ci sia dietro quella foto color seppia: cos'avrà fatto quell'uomo fiero, con i baffoni a manubrio?

Gli uomini e le donne di un tempo non si affacciano sorridenti dalle cornici. Sono austeri, quasi corrucciati, come se le loro espressioni fossero improntate alla solennità della morte. Le immagini a colori delle tombe più moderne invece è come se cercassero di avvitare la gioia e la spensieratezza terrena all’aldilà. C’è l’appassionato di pesca con la canna in mano, il corridore in calzoncini, il tifoso con la maglia della squadra del cuore. Il marmo è un piccolo quadro che sintetizza una storia lasciata a metà. E sempre con uno sforzo di immaginazione si potrebbe dare un senso anche ai loculi spogli, o alle lapidi polverose e senza foto, giusto un nome e una data. Chi l'ha voluta così? Era una persona poco amata? Perché il mondo si è già dimenticato di lui? Oppure chi riposa lì sotto era semplicemente schivo, solitario, e questa sepoltura in fondo è anonima come la sua vita? E chi ha posato quella piantina secca gli voleva bene? Cosa ricorda di lui e perché non viene più a trovarlo? Bisogna dedicargli almeno un minuto alle tombe, perché sono capaci di parlare, a patto di volerle ascoltare. Soprattutto quelle antiche, che raccontano con le parole il senso di una vita, visto che la tecnologia era avara di immagini. E allora chi moriva nell’800 affidava agli epitaffi il compito di distillare in poche frasi il respiro di un’esistenza. «Colto ed operoso». Oppure: «Marito e padre affettuosissimo». E ancora: «Donna di alte virtù, educò i figli al lavoro e all’amor di patria». A volte a stamparsi nel marmo è un grido di dolore, come quello di un marito che perse la giovanissima moglie: «Cari pegni di un amore sfortunato, venite a piangere meco la perdita dell’11 febbraio 1841. Quel giorno me lasciava vedovo desolato, voi orfani pargoletti pria di conoscer la madre, in età di 25 anni rapita all’amor mio».

Le tombe spesso racchiudono una grande speranza e accettazione del destino. Come quella di due fratellini che avevano fatto appena in tempo ad affacciarsi alla vita. Il primo era morto nel 1865, all’età di due anni e mezzo. Per lui i genitori avevano trovato la forza e la serenità di scrivere: «O mortal che muovi il passo, riverente a questo sasso, dì alla mamma e al genitore che non piangano per me. Qua nel ciel il mio Creatore, un suo angelo mi fè». E quando tre anni dopo se ne andò il fratellino, di appena cinque mesi, l’iscrizione recita così: «Mi han sepolto in quest’avello, presso il fral di mio fratello, non si attristi il vostro viso, che la vita è del Signor, siamo uniti in paradiso, nell’amplesso dell’amor».

I bambini sono sempre la nota più triste del cimitero. Lo sguardo non può far a meno di impigliarsi tra i peluches che saturano di affetto i minuscoli loculi. Quasi si potesse recapitare all’eternità un pacco con i giochi che non hanno fatto in tempo a usare. Come le tante girandole, sistemate nei vasi al posto dei fiori, che si animano al primo soffio di vento.

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