La Nuova Sardegna

Sassari

«Quella violenza mi ha distrutto la vita»

di Gianni Bazzoni

Parla l’infermiera di Sorso aggredita un anno fa nel cortile dell’ospedale civile. É tornata al lavoro ma l’incubo continua

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SASSARI. «Sono al limite della sopportazione, che cosa devo fare? Aspettano forse che mi butti da qualche parte così forse il caso è risolto?».

Rabbia e disperazione a un anno dal tentativo di stupro nel piazzale interno dell’ospedale civile «Santissima Annunziata», quando l’infermiera di Sorso era stata aggredita da due uomini sbucati alle spalle, coperti dal buio. L’avevano sollevata di peso, trascinata per terra come un sacco, la testa sbattuta contro il muro più volte, la divisa e i vestiti strappati. Era nuda quando arrivarono i primi soccorritori, solo un calzino infilato nel piede destro.

I violentatori non sono stati individuati e il calvario della donna non si è mai concluso. É tornata al lavoro, «perché mi serviva trovare una reazione, provare a ricominciare una vita normale». Ma certe cose non si cancellano così, con un colpo di spugna. Quelle mani che le tappavano naso e bocca, che la toccavano ovunque non se l’è mai dimenticate. Ricorda i mugugni di quei due uomini. Si sveglia in continuazione la notte e rivede quella scena. Un anno al Centro antiviolenza «Aurora» è servito a sentirsi meno sola, a conservare la voglia di combattere. Ma non a superare le difficoltà.

«Non hanno visto miglioramenti – racconta l’infermiera – e sono state loro stesse a consigliarmi di seguire un percorso con l’aiuto di uno psicologo. Così sono andata alla Asl, all’inizio ho fatto fatica a farmi ascoltare. Poi lo specialista che mi ha visto ha capito che c’era una situazione evidente di difficoltà e ha promesso che avrebbe fatto di tutto per creare un contatto con il Centro di igiene mentale e assicurare il sostegno di cui ho bisogno».

Il primo incontro era fissato per il 7 novembre.

«Mi sono presentata al Cim di via Amendola e mi hanno detto che l’appuntamento era saltato, che dovevo ripresentarmi il 14. Così ho fatto, ma venerdì mi sono sentita dire che il medico non c’era e che quindi dovevo chiedere una nuova data. Non ci ho visto più, ho perso la pazienza, ho reagito con rabbia. Perché non sono un oggetto da spostare da un giorno all’altro, da un posto all’altro. Si riempiono la bocca con protocolli rosa e altro, dicono che chi subisce la violenza - di qualunque livello essa sia - non deve sentirsi sola perché esistono le convenzioni, non ti devi preoccupare. Invece siamo fermi, le vittime restano sempre più sole. Passata l’emotività del momento rotoli in fondo al buio».

Non voleva una corsia preferenziale, l’infermiera. Chiedeva solo normale assistenza, azioni semplici, tipiche di un paese civile.

«Ora non ho in mano neppure l’appuntamento per la prossima volta – dice – perché lì al Cim ho piazzato un casino e me ne sono andata sbattendo la porta. Ecco, volevo che si sapesse cosa può capitare a una personale normale, a una donna che lavora tutti i giorni e una notte finisce in una trappola, cade dentro il pozzo nero della violenza. Sto male, ma non voglio mollare, non cerco pietà».

É tornata al lavoro, l’infermiera. Nello stesso reparto.

«Volevano spostarmi, mi hanno suggerito di cambiare settore, ma io non voglio andare via. Perché devo essere costretta a lasciare colleghi di lavoro e andare in un altro ambiente? Questa è l’unica soluzione possibile? Davvero la sola cosa che merito è quella di spostarmi da un reparto all’altro?».

Pochi giorno dopo la terribile esperienza, la donna aveva spiegato chiaramente le sue sensazioni.

«É come un infortunio sul lavoro, ma non è come rompersi una gamba che dopo 20 giorni ti passa tutto. Questo è un fatto che ti segna per sempre, per tutta la vita. Non ci riesci a dimenticare, sarà un percorso lungo, non so se finirà mai».

A distanza di poco più di un anno da quella notte da incubo, l’infermiera sa che aveva pienamente ragione. Anzi, ha capito che la situazione è ancora peggio di come l’aveva immaginata nell’immediatezza della violenza.

«Non so se ce la farò, è una sensazione che non auguro a nessuno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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