Una chance per il simbolo dei clochard
Ha 72 anni, vive in condizioni disumane a Santa Maria: ora è in ospedale e cerca un alloggio in affitto
SASSARI. Capita ogni tanto che il mondo si accorga di lui e che ficchi il naso nella sua esistenza.
Il cielo aveva appena smesso di piagnucolare e una signora, con le buste della spesa in mano, gli è passata accanto. Prima ha visto un telone verde, di quelli che si usano per coprire le cataste di legna. E da lì sotto ha notato che sbucavano due piedi. Si è inchinata, ha guardato meglio. C'era un cimitero di bottiglie di vino, un nido di coperte grondanti di pioggia, una brandina sgangherata e infine il proprietario di quei piedi. A una prima occhiata non sembrava una persona. Era piuttosto un fagotto inzuppato di freddo, alcol, sporcizia e umidità. La signora ha chiamato subito il 118: non si può sopravvivere per più di una settimana in quelle condizioni.
Quel fagotto ha un nome e una storia. Si chiama Gianfranco, ha 72 anni, barba e capelli lunghi, occhi segnati dalla strada, uno sguardo profondo. Non c'è tristezza nella sua espressione, piuttosto una luce di sfida. Vive, o meglio, sopravvive, a due passi da Cortesantamaria, mimetizzato in un'aiuola accanto all'edicola, tra un alberello e un cespuglio. Nella vita che fu, ha fatto il carrozziere, aveva una moglie, due figlie, ha guadagnato parecchi soldi. Ora invece è il clochard distillato nella sua essenza, quello duro e puro, che ha fatto una scelta di vita marginale e la porta sino alle estreme conseguenze. Il suo tetto è il cielo, gli ambienti chiusi gli tolgono il respiro, rifiuta ogni tipo di regola, non chiede aiuto, non allunga il palmo della mano, ma se gli offri un pasto o una coperta magari ti concede un grazie. Non è matto, tutt'altro. Ha una sua filosofia. Affacciarsi sulla sua miseria equivale a sporgersi su un abisso. In alto c'è la normalità, giù il fondo della condizione umana. E lui è lì, per sua lucida determinazione, a ricordare al mondo che inciampare e precipitare è questione di un attimo. Ce l’ha un po’ con se stesso, un po’ con chi un tempo l’ha amato, molto con chi l’ha abbandonato alla sua deriva. È come se dicesse: vedete, per colpa vostra, come si può ridurre una persona? Ormai lo conoscono un po’ tutti, e tutti si stupiscono di come sia ancora vivo. «Non si lava, si fa i bisogni addosso – dice un anziano – Una volta l’ho visto mezzo nudo, ha delle infezioni devastanti, la pelle rossa come un peperone. Quando faceva caldo era sempre cosparso di mosche. Nemmeno in Africa si vede una roba simile». I Guardian Angels se lo sono preso a cuore: è una la sfida tra una compassione in punta di piedi e un’ostinazione autodistruttiva. «Nel febbraio 2012, l’anno della nevicata – dice Pierpaolo Pintus – lo abbiamo tolto di peso da un’auto in via dei Gremi dove "viveva" nel degrado più totale, in mezzo ai vermi. Tre mesi di ospedale poi Casa Serena dove fra alti e bassi è rimasto un annetto. Poi di nuovo buttato per strada. Portato diverse volte in Pronto Soccorso dal 118 anche con TSO, ma è tutto inutile: non ha malattie psichiatriche. E per questo non può essere ricoverato contro la sua volontà». Ha una pensione di 600 euro che un avvocato gli centellina settimana per settimana, in modo che non se la beva in un sorso.
Il giorno che l’ambulanza è andata a prenderlo, attorno a Gianfranco c’erano una ventina di persone. Lui, arroccato nella sua capanna di stracci, più recalcitrante di un mulo. La gente del quartiere ha provato in tutti modi a convincerlo a farsi aiutare. Lui li fissava con degli occhi che dicevano “che diavolo volete da me”, e alla fine si è fatto caricare dai medici solo per sfinimento. La cosa triste è che alcune delle persone che incoraggiavano Gianfranco ad andare, non erano mosse da pietà. Semplicemente lo volevano fuori dai piedi. La civiltà è una patina sottilissima, sotto ribolle una melma impiastricciata di ignoranza, razzismo e intolleranza. «Non può stare qui in mezzo alla città, è un’indecenza. Perché non lo trasferiscono in campagna, tanto il mangiare glielo possono portare anche lì». Come se si trattasse di un cane randagio che sporca. E a cascata il solito rigurgito xenofobo: giù contro gli extracomunitari e i rom che hanno tutto, mentre i sassaresi muoiono di fame. La crisi fa masticare risentimento, anche dove non te lo aspetti.
Intanto Gianfranco è da tre giorni ricoverato in medicina d’urgenza all’ospedale, e per lui è come alloggiare in una suite di un albergo a cinque stelle. Ne farebbe volentieri a meno di tanti confort, è allergico ai vizi. E infatti fa di tutto per andarsene, fumare dentro la stanza è il suo sollecito allo sfratto. Il problema ora è trovargli un tetto, uno vero, che non sia la sua dimora faidate a Santa Maria. La Caritas dice di non poterlo ospitare perché ha bisogno di cure, a Casa Serena ne ha combinato di tutti i colori, quindi resta la soluzione di un piccolo alloggio in affitto. I soldi per pagarlo, tra pensione e contributo comunale ci sarebbero. L’impresa, piuttosto, sarà trovare un locatore.
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