La Nuova Sardegna

Sassari

ALINA COSSU

Il sorriso semplice di una studentessa pretende giustizia

di Gianni Bazzoni
Il sorriso semplice di una studentessa pretende giustizia

SASSARI. Ventisei anni in attesa della giustizia che si è persa per strada. Perché le indagini non hanno aiutato, anzi alcuni pasticci di parecchio tempo fa hanno confuso le cose, ritardato le...

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SASSARI. Ventisei anni in attesa della giustizia che si è persa per strada. Perché le indagini non hanno aiutato, anzi alcuni pasticci di parecchio tempo fa hanno confuso le cose, ritardato le azioni e favorito il gioco di un assassino che, improvvisamente, si è riscoperto fortunato e inafferrabile. La storia di Alina Cossu, la studentessa di 20 anni di Porto Torres, uccisa la notte del 9 settembre 1988 e gettata in mare tra Balai e Abbacurrente, è uno fra i più terribili casi di femminicidio in Sardegna. Chi l’ha uccisa sa che non ha potuto spegnere quel sorriso che compare in una delle foto della ragazza. La famiglia, da un periodo di tempo che è persino superiore all’età della ragazza, convive con un dolore lacerante e rilancia una domanda che - solo di recente - la comunità turritana ha fatto propria. Cosa è successo quella sera, dopo che Alina ha lasciato il Bar Acciaro, dove lavorava? Chi ha incontrato? É la stessa persona che poco più tardi l’ha uccisa?

Sembra quasi impossibile che due inchieste (l’ultima spinta fino alla riesumazione del cadavere per cercare possibili tracce biologiche dell’assassino) non siano riuscite a chiudere il caso. E allora, oggi che anche su Facebook è stato creato un gruppo che in pochi mesi ha un migliaio di aderenti, l’impegno di tutti può essere quello di capire e lavorare per la verità. Perché non si può accettare che una ragazza esca di casa tranquilla e sorridente per andare al lavoro e non torni più. E che la famiglia scopra con una telefonata, la mattina dopo, che è stata uccisa. Anzi, in principio era stata persino avanzata l’ipotesi del suicidio.

A quella ragazza semplice di una famiglia normale non sono state intitolate piazze o vie. Perché è giusto così, come ha deciso la famiglia: prima si scopra chi è stato a ucciderla, prima si affermi la giustizia. Poi si vedrà. Prima chi sa parli, ha avuto mille opportunità per farlo, ma non c’è una scadenza. Si può sempre fare.

L’altro giorno, a Cagliari, al concerto dei Modà, un gruppo di giovani ha portato uno striscione per indicare la presenza simbolica di Alina ad ascoltare quella musica che le sarebbe piaciuta. «Cuore e vento», questo il titolo del tour. Il viaggio per chiedere giustizia continua.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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