Ibernazione, il parere del rianimatore: «Per la scienza di oggi processi impossibili»
Agostino Sussarellu commenta il progetto di fisioterapista di Sassari e del marito: «Il decesso dovrebbe avvenire solo in ambienti predisposti. E in ogni caso i danni cerebrali non sarebbero recuperabili»
SASSARI. «Fantascienza, pura fantascienza». Nella vita privata l’anestesista e rianimatore sassarese Agostino Sussarellu è un gran divoratore di romanzi su universi paralleli e mondi futuribili. Ma alle possibilità reali di una rinascita dopo l’ibernazione non crede. Anzi, il professionista, presidente uscente dell’Ordine dei medici nel Nord Sardegna e commissario straordinario dell’Asl numero 1, la ritiene estremamente improbabile. E spiega che questa convinzione si ricava con facilità fin dall’analisi dei momenti successivi al decesso di un individuo.
Come mai una certezza così radicale?
«Partiamo da un concetto: in termini medici oggi si può parlare di morte quando c’è l’interruzione del funzionamento di un organismo. Di più: in Italia esiste una legge che definisce i suoi criteri ufficialmente per consentire la donazione degli organi».
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Che cosa è previsto in questi casi?
«Di fronte a un elettroencefalogramma piatto viene convocata una commissione che studia il caso per 6 ore. Al termine delle analisi il paziente viene dichiarato morto. I suoi organi possono essere espiantati. E l’ora del decesso formale viene considerata quella del momento d’inizio esami, non quella finale».
Dove conducono le sue argomentazioni?
«A una premessa fondamentale: nella situazione ipotizzata, per procedere all’ibernazione senza che ci siano conseguenze e danni irreversibili, il decesso deve avvenire in un ambiente già pronto per portare il corpo a bassissime temperature».
Per quale ragione, esattamente?
«Perché dall’istante nel quale il cervello cessa di funzionare e c’è un arresto cardiaco in atto se non s’interviene nei successivi 5-6 minuti anche in caso di sopravvivenza i danni cerebrali sono irreversibili».
Che effetto può avere in un quadro clinico del genere l’azione del freddo?
«Sulla base delle nostre attuali conoscenze scientifiche sappiamo che può rallentare il metabolismo e il consumo di ossigeno. Ci sono stati casi studiati in letteratura nei quali la sopravvivenza senza danni cerebrali di persone finite in acque ghiacciate si è protratta sino a 11-12 minuti. Un tempo doppio della norma, quindi».
Ma per il resto a quali conseguenze può portare l’ibernazione? Un risveglio sarà davvero possibile?
«Ne dubito fortemente. Allo stato attuale e anche per il futuro».
Per quale motivo con precisione?
«Intanto dobbiamo escludere che un processo del genere possa dare i risultati sperati se la morte è intervenuta per una causa traumatica, come per esempio un incidente stradale o un altro tipo d’infortunio. Stesso discorso vale per una malattia oggi incurabile. A meno che un domani non saranno possibili rigenerazioni cellurali o altri metodi terapeutici attualmente impensabili».
E poi?
«Poi bisogna vedere a che età un individuo cessa di vivere. Poniamo che abbia 90 o 95 anni. Che senso avrebbe riprendere un’esistenza che si sa non potrà durare molto di più? Ah, già: può darsi, naturalmente, che nel frattempo sia stato inventato l’elisir di lunga vita...».
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