Fuori dall’inferno per continuare la lotta
Dopo oltre una settimana i dieci operai sono usciti dal buio della galleria, determinante la firma della cassa integrazione
INVIATO A OLMEDO. Quando hai di fronte una salita dura, occorre una motivazione forte per affrontarla. Per resuscitare da-180 metri bisogna arrampicarsi per una manciata di chilometri. La pendenza è impegnativa, roba da 4x4 con ridotte o da cuoricino da scalatore. I minatori perciò, sul traguardo di questa risalita dall’inferno, hanno ritagliato le immagini più disparate. Chi ha famiglia, si aggrappa al desiderio di stringere a sè moglie e figlioletto. Qualcuno non vede l’ora di tuffarsi nell’abbraccio della fidanzata, e qualcun altro si accontenta dell’abbraccio di un letto vero, con materasso e lenzuola profumate.
Alle 18 dal buio della galleria sbuca il primo fascio della torcia. Poi compaiono tutti e dieci i minatori: hanno le tute arancioni, i caschetti e i passamontagna. Strizzano gli occhi: erano più di una settimana che non ricevano una simile secchiata di luce. Quando levano i cappucci scuri, hanno espressioni ancora più livide. Come zombi che si affacciano dall’oltretomba: i volti provati, il sonno impigliato nelle palpebre, e nel cuore la sensazione di poter sprofondare nuovamente sottoterra.
L’annuncio fatto dall’assessore all’industria Maria Grazia Piras e l’ufficialità della cassa integrazione dal 10 luglio per un anno, per i minatori poteva essere l’unica via di fuga da questo pozzo nero. Per altri sei mesi non sarebbero arrivate altre ciambelle di salvataggio, e sei mesi là sotto non sopravvive nessuno.
La Cig per ora rappresenta l’unico spiraglio, perché le due manifestazioni di interesse per il rilancio del giacimento di bauxite, sono solo due piccoli embrioni di futuro. Gli uffici della Regione dovranno valutare il piano industriale della cordata greco-sarda European Bauxite ed Acciaro, e della società milanese Futura srl, e dovranno vivisezionare la loro affidabilità economica. Quindi, prima di poter fornire garanzie ai lavoratori, occorrono dei tempi tecnici lunghi. La burocrazia e la sopravvivenza umana, si sa, hanno ritmi differenti.
Così ieri mattina i minatori, asserragliati nel deposito esplosivi a -180 metri, ci hanno pensato su per due ore. È stata un’assemblea molto dura e sofferta, perché quando versi lacrime e sangue è ancora più difficile accontentarsi delle briciole: «Abbiamo sempre detto che saremo usciti fuori da qui solo con un posto di lavoro sicuro in tasca – ribadisce Emilio Fois – e con la garanzia di conservare il nostro inquadramento professionale finora maturato. Ma sappiamo anche che in questo momento nessuno è in condizioni di poter mantenere delle promesse. Quindi abbiamo deciso di sospendere l’occupazione sotterranea del giacimento e invece di proseguire ad oltranza il presidio in superficie. Se poi non si dovessero aprire prospettive concrete di rilancio per Olmedo, allora saremo pronti a ritornare a -180. Il nostro lavoro lo difenderemo con i denti».
Difficile stabilire se, a pesare sulle ossa, siano di più la stanchezza di tante notti insonni, l’umidità che trapassa la tuta e la pelle, la noia di un tempo sempre uguale oppure la delusione di una vittoria dimezzata. Però gli operai sono provati nel profondo, è fiacca anche l’anima. Si trascinano sino al muretto davanti agli uffici e poi si lasciano andare come fagotti stanchi. Qualcuno chiude le palpebre, mette le mani dietro la nuca, e manda i pensieri in stand-by.
Non hanno tanta voglia di parlare, perché le chiacchiere in questa settimana infinita erano il miglior modo per ammazzare il tempo. Sono prosciugati anche di parole. Desiderano solo camminare per altri cinquecento metri e arrivare sino ai cancelli d’ingresso del giacimento di bauxite. Dall’altra parte ci sono le mogli, i figli e gli affetti di questi 35 minatori testardi. Ecco dove hanno trovato la forza per sopravvivere sottoterra, ecco dove troveranno la forza per provare a risalire.
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