La Nuova Sardegna

Sassari

Sassari, cani maltrattati: tante storie di orrore in cerca di un lieto fine

di Luigi Soriga
Sassari, cani maltrattati: tante storie di orrore in cerca di un lieto fine

Da Gancio con il moschettone conficcato nella pelle a Camilla, setter pelle e ossa. Le volontarie di Qua La Zampa provano a regalare ai loro ospiti una vita diversa

4 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. Il loro modo di tremare, di accucciarsi nell’ombra, in un mondo distante. Gli occhi tristi e sottomessi, le ferite, le zoppie, la coda tra le gambe.

I cani, anche nel loro silenzio, raccontano bene maltrattamenti e sofferenze. Avrebbero tutto il diritto di mordere l’uomo, di essere arrabbiati, di mostrare le zanne. Invece sono sempre pronti a dare una seconda possibilità, non sanno lontanamente cosa sia il rancore.

[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:foto:1.12320934:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.lanuovasardegna.it/foto/2015/10/24/fotogalleria/sassari-le-storie-dei-cani-maltrattati-1.12320934]]

Gancio. Prendete ad esempio Gancio. Avrebbe tutte le ragioni per avercela con la razza umana. Gli avevano infilato un moschettone sotto il collo, a mò di piercing, così che, una volta legato alla catena stesse buono, non si agitasse troppo. Gli avevano trapassato la pelle con un ferro, e poi ci avevano infilato un gancio. Dopo qualche mese carne e metallo erano diventate una sola cosa, e il moschettone era avvolto dalla ruggine. Scappare da quell’inferno è stata la sua salvezza.

[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:sassari:cronaca:1.12320944:Video:https://video.gelocal.it/lanuovasardegna/locale/sassari-il-cane-infilzato-con-un-moschettone-sta-guarendo-e-cerca-casa/47432/47547]]

Ora è un paziente coccolato dentro l’ambulatorio del canile Qua la zampa. «Ganciooo, ci sei?». E lui non appena si apre un piccolo spiraglio della porta, ci infila il muso e gli occhi vispi. Muove la coda a tergicristallo ed è una macchinetta di feste. Non ha più pendagli penzoloni, e sotto il collo ha due rammendi. Del suo passato poco si conosce. È un cucciolone, ha qualche lontano progenitore pitbull, e finora non ha avuto dei padroni troppo premurosi. Dice Emma, volontaria del canile: «Sappiamo che certe pratiche sono ancora in uso in alcuni ovili, ma a Sassari per fortuna si tratta del primo caso. Mai vista una roba del genere». Gancio è in piena convalescenza: per lui quella dei maltrattamenti è una pratica archiviata. Non ha scalfito minimamente l’incondizionata fiducia verso il prossimo.

[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:site:1.12320887:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovasardegna.it/image/contentid/policy:1.12320887:1653343318/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Camilla. Invece Camilla è un’isola di introversione e paura. È una cucciola di setter, bianca e arancione, e se potesse implodere dentro il cantuccio più distante del box, si appiattirebbe sino a scomparire. C’è una distanza siderale tra lei e la mano che si avvicina per accarezzarla. Resta immobile, il muso rivolto per terra, il timore di incrociare un altro sguardo, anche la coda non ha il benché minimo sussulto. Nel canile comunale è arrivata a metà luglio ed Emma, Antonella, Adriana e le altre operatrici giorno per giorno tentano di rammendare la fiducia spezzata. «Quando ce l’hanno portata era pelle e ossa. Era piena di parassiti, aveva perso quasi tutto il pelo, era denutrita e al limite della sopravvivenza. Ci siamo chieste come era possibile ridurre un animale a un punto tale di sofferenza». Per i cani come Camilla, che hanno conosciuto solo l’inferno, sarà difficile anche scollinare verso un’esistenza felice. Per loro la gabbia non è solo quella che il canile gli ha cucito intorno. Il reticolato più insormontabile è quello che hanno innalzato loro stessi, per proteggersi dal bastone e dal piede dell’uomo.

Amaretto. E lo stesso destino di Camilla è scritto sulla pelle di Amaretto. Un cagnetto simil bassotto salvato dall’equipe delle Cliniche veterinarie. Le ossa curve, la poca carne, le unghie lunghe e arricciate raccontano di fame, deprivazione e maltrattamenti. Di quelle esitenze che si consumano silenziose attaccate a una catena, a mollo nella solitudine e nei propri escrementi. Le campagne sono zeppe di cani che appassiscono lentamente tra guaiti inascoltati. Di animali che mai assaporeranno il senso di libertà o la gioia di condividere una giornata accanto a un padrone.

Quelli come Polpetta. Alle volte sofferenza e amore sono un unico intruglio. Ci sono padroni che lasciano morire i propri animali tra carezze e affetto. Convinti di fare del bene, di accudirli ricoprendoli di premure. E invece ai cani quest’amore malato e claustrofobico prosciuga la vita in maniera lenta e inconsapevole. Polpetta e i suoi otto fratellini simil maremmano sono nati e vissuti dentro un garage. Mangiavano, dormivano facevano i bisogni inscatolati in una manciata di metri quadrati. «Con loro – raccontano le volontarie – c’era anche un asinello». La prima volta che hanno messo il naso fuori da quella prigione, è stato per finire dentro la gabbia del canile. Due cuccioli sono morti, Polpetta trema come una foglia ad ogni ombra estranea che si avvicina. La sua ex padrona e il suo amore psichiatrico, l’hanno segnata per sempre. E la stessa sensazione di soffocamento perenne devono aver patito per anni i 23 cani reclusi in un appartamento del centro storico assieme alle due anziane proprietarie. Una condizione davvero estrema e non solo da un punto di vista igienico. Il risultato di questa coesistenza è aberrante: mamme e figli si accoppiavano e procreavano, e lo stesso succedeva tra i fratelli. E ciò che resta di questo mix incestuoso fa impressione: cani pieni di malformazioni, con le zampe a ferro di cavallo, che zompettano sghembi come cavallini imbizarriti.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative