La Nuova Sardegna

Sassari

PARLIAMONE

Area metropolitana, una città rassegnata a perdere

Daniela Scano

L’ultimo schiaffo dato a un territorio che non sembra più capace di farsi valere

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Per combattere le battaglie bisogna credere, anche solo illudendosi, di poterle vincere. Bisogna partire da questa ovvietà per ragionare sulla rivendicazione dell’area metropolitana del nord Sardegna: un ente locale che sieda al desco delle opportunità di sviluppo accanto a Cagliari, blindata da una decisione già presa. La guerra è stata dichiarata in ritardo dai politici del nord Sardegna, ma ha prodotto qualche risultato. Intanto, la discussione del disegno di legge è stata rinviata di un mese.

L’assessore regionale degli Enti locali Cristiano Erriu ha sostenuto in un lungo intervento le ragioni del suo disegno di legge. Erriu ha detto che “metropolitana” è solo una definizione che non comporta particolari vantaggi o svantaggi. «La qualificazione metropolitana è una caratteristica legata alla densità (numero di abitanti rapportato alla superficie dell’insediamento) – ha affermato l’assessore – cioé al fattore che determina lo stabilirsi non solo delle dinamiche urbane, ma di qualunque fenomeno fisico».

Quindi, secondo Erriu, il nord Sardegna deve farsi una ragione del fatto che Cagliari è una metropoli. E guardare alle luminose opportunità legate all’avere «conservato – parole sue – i valori originari di ruralità e il potenziale che da questo deriva. Un potenziale che andrà valorizzato e dotato di strumenti di connessione interna».

Il “Grande dizionario italiano dell’uso” di Tullio de Mauro dà della metropoli questa definizione: «città principale di uno stato, di una provincia, di una regione; estensivamente, città di vaste dimensioni densamente popolata, che costituisce un grande centro economico in cui convivono differenti realtà sociali e culturali». E ancora: «città che gode di una particolare preminenza in un determinato ambito culturale, artistico, religioso». Il comune è un «ente locale autonomo comprendente un centro abitato e il territorio circostante, amministrato da sindaco, giunta e consiglieri». L’unione dei comuni non è presa in considerazione. Il dizionario, insomma, smentisce l’assessore.

A parte il fatto che per far diventare Cagliari “metropoli” è stata fatta la somma di tutti gli abitanti delle città che la circondano, mentre nel Sassarese si è tenuto conto di quella che l’assessore definisce “ruralità”, qualcuno prima o poi dovrà spiegare con parole semplici ed esempi pratici agli abitanti del nord Sardegna cosa comporta essere residenti in “città” o in “campagna”. Le università, ad esempio, avranno le stesse risorse? L’Autorità portuale cagliaritana tratterà con la stessa attenzione i problemi dei porti di Porto Torres e di Olbia? I giudici cagliaritani la smetteranno di essere i peggiori avversari della autonomia della corte d’appello sassarese? I politici cagliaritani saranno attenti alle condizioni delle strade del nord Sardegna come lo sono per quelle dei territori dove sono stati eletti? Il deserto industriale del nord Sardegna e i posti di lavoro persi a migliaia, la disperazione di chi non ha prospettive, avranno l’attenzione e gli interventi che meritano? Oppure, semplicemente, tutto co. ntinuerà come prima? Vale a dire come adesso.

La verità è che la scelta della città metropolitana è politica, le conseguenze di questa scelta sono politiche, come è politico l’ulteriore sbilanciamento che questa riforma determinerà a favore del sud dell’isola.

Lo sanno bene i politici sassaresi che, quando stanno per scorrere i titoli di coda, si impegnano per tentare di cambiare il finale del film che qualcun altro ha girato per loro. Gli abitanti del nord Sardegna assistono alle schermaglie ma non scendono in campo, forse si sono rassegnati a perdere anche questa battaglia.

La rassegnazione è diventata la disposizione d’animo più comune da questa parte dell’isola. Sassari è una città piegata su se stessa, abituata ai progetti dei centri intermodali che ingialliscono nei cassetti, alle eterne incompiute, ai faraonici centri della cultura che non aprono mai i battenti, all’acqua non potabile per settimane e mesi, alle strade che sembrano percorsi di guerra. Porto Torres sta diventando un cimitero industriale. Il nord Sardegna si sente periferia, da troppo tempo. Adesso ha anche scoperto di essere “rurale” e non ha più neppure gli orti. Andremo a Cagliari come topolini di campagna? I nostri politici hanno qualche responsabilità, prima fra tutte quella di soffrire di amnesia appena superano Campeda, e tuttavia se li lasciamo soli difficilmente vinceranno la battaglia per noi. Come scrisse Bertolt Brecht: chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso.

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