Milioni di migranti in fuga l’integrazione sarà difficile
L’isola ha affrontato e superato l’emergenza accogliendo migliaia di profughi Al convegno promosso della Caritas denunciata l’assenza di una politica europea
SASSARI. La loro colpa è quella di vivere in un paese lacerato dalla guerra. Realtà da cui ci si salva se si trovano il coraggio e i soldi per scappare. Perché in quei casi l’unica via d’uscita è solo la fuga, a costo di lasciare alle spalle gli affetti e ciò che resta della patria sommersa dalle macerie di una tragedia. Li hanno chiamati migranti, un esercito mondiale di 240 milioni di persone in fuga, di cui sessanta per problemi politici, che crescono al ritmo di 8 milioni l’anno. Emergenza planetaria, che tocca anche un’area marginale come la Sardegna se si pensa che nei 17 centri di accoglienza straordinaria del Sassarese in 1054, quest’anno, hanno fatto richiesta di riconoscimento dello status di esiliato politico. Dati allarmanti, diffusi venerdì sera, nell’aula Lessing del dipartimento di Scienze umanistiche dell’Ateneo, in occasione del convegno promosso dalla Caritas in collaborazione con il Foist (laboratorio per le politiche sociali e i processi il formativi).
Una riflessione a più voci dalla quale è emerso uno scenario inquietante legato alla difficoltà delle autorità europee nell’affrontare una situazione che richiede soluzioni immediate: tra l’anno scorso e quest’anno, il Mediterraneo ha ingoiato i corpi di 3580 persone, di cui 700 bambini. Su questi temi, non sulla validità o meno delle politiche economico-finanziarie, si gioca il futuro dell’Unione europea, istituzione che di fronte all’emergenza migratoria sta rivelando tutta la sua inadeguatezza. Le soluzioni proposte durante le serata, dai relatori che si sono alternati al microfono, sono di lungo periodo, imperniate sul tema centrale della conoscenza, unica strategia per evitare che l’ondata migratoria, appena in fase iniziale, si riversi sull’Europa creando confusione e scompiglio.
La domanda volutamente provocatoria di Gaetano Galia, in apertura, è rimasta sospesa a mezz’aria: «Siamo sicuri – ha chiesto il direttore della Caritas diocesana – che noi occidentali non abbiamo alcuna responsabilità su ciò che sta accadendo nei paesi in guerra?». «Manca ancora – spiega la sociologa Maria Antonietta Cocco (università di Sassari) – una vera politica europea che superi quella del singolo stato, un problema culturale prima ancora che giuridico».
Significativa l’esperienza di Speranza Canu, che ha illustrato un programma di accoglienza dei rifugiati basato sull’ospitalità di parrocchie, istituti e singole famiglie. Nel 2014, delle 64mila richieste a livello nazionale per il riconoscimento del diritto d’asilo ne sono state esaminate solo 34mila, di cui 22mila con esito positivo. «Per gli altri – ha spiegato la responsabile del Centro d’ascolto diocesano per immigrati – si apre un periodo di sofferenza perché l’alternativa è un’attesa lunga e incerta».
La mensa della Caritas, distribuisce oltre 150 pasti al giorno, poi c’è l’ostello e il centro d’ascolto. A pochi chilometri da Sassari, il centro d’accoglienza di Lu Bagnu, vicino a Castelsardo, ospita 170 ragazzi provenienti da Africa, Bangladesh e Pakistan. Entrambe le realtà fanno un ottimo lavoro tra mille difficoltà, ma non basta. «Risolta l’emergenza iniziale – conclude infatti Roberta Pasella, assistente sociale nel centro di Lu Bagnu – serve un percorso condiviso che li accompagni fino all’integrazione». A questo riguardo, la metafora del ponte, tanto cara a papa Francesco, ha fatto da filo conduttore ai lavori dell’affollato convegno, significativamente aperto da Alberto Merler, fondatore del Foist, con la lettura di una sura del Corano.
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