Sassari, dieci giorni per salvare le scorte di sangue
A rischio inceneritore 20mila sacche di plasma trattate dal Servizio prelievi senza requisiti: la Regione deve autorizzarle
SASSARI. Il conto alla rovescia è cominciato: dieci giorni di tempo per risolvere il problema, oppure la sanità sassarese andrà incontro a un clamoroso paradosso. Siamo la regione con il più alto tasso di talassemici, con il maggior fabbisogno di sangue. Siamo anche la terra che vanta un enorme esercito di donatori, eppure questa generosità non basta mai. Ma nonostante tutto questo, se la soluzione non arriverà entro dicembre, 20mila sacche di preziosissimo plasma potrebbero essere destinate all’inceneritore. Sangue prelevato, lavorato, analizzato, messo sottovuoto, congelato e per buona parte spedito all’industria farmaceutica che produce gli emoderivati. Una risorsa essenziale ma al momento inutilizzabile, perché queste unità di sangue risultano prive di autorizzazione. Se la Regione non ci metterà una pezza durante la prossima settimana, molte di queste sacche di plasma non potranno essere lavorate e trasformate in medicinali, e scadranno come accade alle mozzarelle. Il risultato finale è che andranno al macero, assieme a tutti gli sforzi che dall’estate in poi hanno profuso l’equipe del centro trasfusionale e i volontari dell’Avis.
L’Asl sul destino del plasma raccolto sembra molto ottimista. I vertici aziendali hanno preso contatti con il direttore generale dell’assessorato Giuseppe Sechi, e una serie di paletti previsti dall’accreditamento siglato nel giugno scorso, dovrebbero essere rimossi.
Se così non fosse e le 20mila sacche di plasma prelevate da settembre venissero buttate via, si solleverebbe un enorme polverone: denuncia in Procura, e reati per danno erariale e danno morale.
L’accreditamento. Nel Nord Sardegna dopo la chiusura dei vari centri di prelievi comunali, l’unico soggetto abilitato al prelievo e alla lavorazione del sangue è il centro Trasfusionale dell’Asl. Per le operazioni di prelievo si appoggia all’Avis, che ha la convenzione per coprire questo servizio, e passa al centro le sacche di plasma riempite dai donatori. Solo che la Regione ha sottostimato la reale attività che si riversa su Sassari e ha autorizzato la gestione di un numero troppo basso di sacche di plasma, rispetto a quelle che effettivamente arrivano al centro trasfusionale. Il limitatore è stato inserito anche sulla base di una serie di parametri da rispettare, e uno di questi riguarda il personale in campo. Per la mole di lavoro svolta, secondo il direttore del servizio Mario Manca, ci sarebbe una carenza di organico di almeno 17 unità.
«Però l’emergenza sangue non si ferma – spiega – e non possiamo permetterci di rifiutare sacche di plasma raccolte attraverso i donatori. Tra l’altro sarebbe un reato: interruzione di pubblico servizio. Perciò abbiamo lavorato al doppio delle capacità».
Il risultato è che la soglia delle 6200 donazioni è stata superata a ottobre, e il tetto dei test di Dna di 27mila analisi è stata oltrepassata a settembre. Tutto il sangue lavorato dopo quelle date, quindi, risulta scoperto dai requisiti, quindi fuori legge e inutilizzabile. La Regione dovrebbe rimuovere in dieci giorni questi paletti e far rientrare in una cornice autorizzativa questa overdose di sangue trattato.
Il viaggio del sangue. Al primo step c’è l’Avis. A proprie spese, con proprie equipe e i propri mezzi effettua i prelievi e promuove le campagne di sensibilizzazione. Ha una convenzione con l’Asl (a breve, per l’incorporazione, dovrà rinnovarla con l’Aou) che gli consente di ottenere dei rimborsi per ogni sacca portata al centro trasfusionale. Ottiene 60 euro per ogni unità di sangue, e mediamente in tutta la Provincia preleva circa 10mila sacche all’anno. Il costo annuale sostenuto dall’Asl di Sassari per il supporto dell’Avis si aggira intorno al mezzo milione di euro.
Dopodiché le sacche di plasma, una volta pervenute al centro trasfusionale, vengono passate dentro i macchinari e lavorate. Vengono trasformate e scomposte. Si ottiene un concentrato di globuli rossi, da utilizzare entro 41 giorni dal prelievo. Poi le piastrine, che scadono dopo 5 giorni. E infine il plasma, da trattare e congelare entro 4 ore dal prelievo e che ha una durata di sei mesi. Se il plasma non viene usato per le trasfusioni, andrà all’industria farmaceutica per essere trasformato in emoderivati. Diventerà cioè un medicinale a base di albumina, o immunoglobulina, o fattore VIII, prescritto per le patologie renali, epatiche ecc. Le case farmaceutiche si trattengono una percentuale di medicinali salvavita da immettere successivamente nel mercato, ma una quota la restituiscono alle varie Asl che possono quindi risparmiare nell’acquisto dei farmaci. E qui si arriva al punto. Proprio 20mila di queste sacche conservate a Sassari e inviate alle industrie sono prive di copertura normativa, in scadenza e a rischio inceneritore. Alla Regione restano dieci giorni di tempo per salvarle.
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