La Nuova Sardegna

Sassari

PARLIAMONE

La priorità deve essere il lavoro

Gianni Bazzoni

Occorre ritrovare il buon senso, riannodare il filo con la realtà delle famiglie che tutti i giorni vivono il tempo della disoccupazione, dei padri, delle madri e dei figli senza impiego, che si sentono soli in un deserto sempre più difficile da attraversare

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Il lavoro come priorità, per ritrovare un po’ di fiducia e uscire da quel circuito perverso che ci ha portato ad essere degli alieni sulla terra, capaci di esultare quando la raccolta di viveri produce risultati, quando la gara della solidarietà diventa l’unico motivo di speranza. Persino quando gli ospiti delle varie mense pubbliche aumentano. E c’è anche chi riesce a trovare lo spazio per giocarsi un selfie con operatori e volontari mostrando il simbolo della vittoria.

Il territorio è a pezzi, i dati di una fantomatica crescita si possono misurare solo con il microscopio sociale, perché a colpi di 0,0 ci si muove con l’andatura del gambero. E allora occorre ritrovare il buon senso, riannodare il filo con la realtà delle famiglie che tutti i giorni vivono il tempo della disoccupazione, dei padri, delle madri e dei figli senza impiego, che si sentono soli in un deserto sempre più difficile da attraversare. La gente perde la speranza, perché un lavoro non l’ha mai trovato, neppure chi ha provato a cambiare decine di mestieri, a riproporsi e riciclarsi, come si dice.

Non ce n’è purtroppo, perché bisogna smetterla di chiamare lavoro i tirocini gratuiti, le occupazioni precarie che producono nuovi poveri e allineano anche chi ha un minimo di reddito a coloro che da anni collezionano solo risposte negative. O peggio un triste silenzio.

Manca il lavoro, ma non è solo colpa della crisi. Il territorio si è seduto, assuefatto, incastrato negli ingranaggi di partiti bolliti, spesso guidati da chi non ha avuto l’umiltà neppure di fare un passo indietro di fronte ai fallimenti. Così è passata la logica di non credere più in un futuro migliore, di puntare su alternative mediocri e di scegliere più per punire gli altri che per dare un contributo al cambiamento vero e alla crescita.
In giro si vede grande stanchezza, anche indignazione: i giovani fanno fatica a immaginare il lavoro come un diritto perché gli è stato negato da quando sono usciti da scuola. In tanti stanno partendo con un sogno in tasca, quelli del Sassarese sono distribuiti in una trentina di città europee e oltre. Alcuni ce la fanno, altri no. Soffrono e tornano. E da qui vorrebbero ripartire.

Allora, invece di stare fermi, quasi sterili, proviamo ad alzare lo sguardo, a ragionare con la testa e non solo con il cuore. Per fare in modo che il successo sia rappresentato da nuove opportunità, da investimenti seri su progetti credibili e attuabili, senza incartarli nelle solite confezioni delle beffe. Insomma, lavoro vero. Ci vogliono investimenti importanti, bisogna mettere mano a intere aree dismesse, dimenticate e surgelate nel nome del nulla sostenuto solo da una sfilata di no a tutto. La fotografia che proietta il 2016 non è delle migliori: c’è un allarmismo diffuso che viaggia di pari passo con carità di facciata e iniziative di solidarietà che da sole non bastano. L’ordine delle priorità va ridisegnato: prima il lavoro.

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