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La nascita e la morte di un'invisibile

di Daniela Scano

In altri tempi, non lontani, quella coppia abbandonata a se stessa in una stamberga inabitabile alle porte del paese sarebbe stata un problema di tutti. Che cosa ci è successo?

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Nascere e morire a Santa Maria Coghinas, 1600 abitanti, sul pavimento di un tugurio gelido e sporco, senza acqua né servizi igienici né corrente elettrica. Nascere e morire senza che tua madre si fosse resa conto di aspettarti, senza che nessuno si fosse accorto che stavi arrivando e del disagio assoluto dei tuoi genitori. Nessuno nelle loro numerose famiglie, nessun vicino di casa, nessun assistente sociale, nessun sacerdote, nessun dottore.

Accade oggi, nel 2016, in un piccolo paese dove tutti si conoscono o dovrebbero conoscersi. Invece capita di essere così invisibile – o che lo siano i tuoi genitori – che puoi nascere e morire nel lerciume prima che arrivino il 118, l’elicottero, i carabinieri, il sindaco, il paese intero. Tutti sgomenti, increduli, tristi. Ora tutti guardano quel corpicino e si chiedono come sia potuto accadere. Ma è successo e bisogna parlarne, perché sarebbe un grave errore considerare questo dramma una fatalità.

La magistratura ha aperto una inchiesta che deve fare il suo corso, ma non c’è bisogno di fare indagini per capire che il tugurio di Santa Maria Coghinas, dove il giorno dell’Epifania una bambina è morta nascendo, era diventato invisibile per gli abitanti del paese. Come le periferie metropolitane dove nessuno fa più caso ai disperati che trascinano buste di plastica piene della loro vita e che dormono per strada sotto cumuli di coperte sporche. In altri tempi, non lontani, quelle realtà sarebbero state distanti anni luce da Santa Maria Coghinas.

Nella Sardegna dei piccoli comuni nessuno era mai veramente solo, anche le anime più semplici ricevevano attenzione. Si trattava di un sentimento ambiguo, di un misto di cinismo e di compatimento, che Salvatore Satta nel suo eterno “Il giorno del giudizio” descrive magistralmente quando parla di Fileddu preso in giro ma mai deriso, che tutta Nuoro accompagna nel suo ultimo viaggio.

Santa Maria Coghinas, con il suo dramma “metropolitano”, è diventato il simbolo di una mutazione che deve essere fermata. Nel piccolo paese è successo qualcosa che deve fare riflettere tutti, perché non riguarda solo Santa Maria Coghinas.

In altri tempi, non lontani, quella coppia abbandonata a se stessa in una stamberga inabitabile alle porte del paese sarebbe stata un problema di tutti. Qualcuno si sarebbe preoccupato, se ne sarebbe parlato nelle case e nei bar, qualcuno si sarebbe sentito in dovere di andare a controllare come vivevano “quei due”. Qualcuno sarebbe entrato in quella casa lercia molto prima che la bambina nascesse. La situazione di quella coppia solitaria e problematica non sarebbe sfuggita alla comunità, che non avrebbe mai considerato quei due esseri umani corpi estranei. Nel secolo scorso, che è finito solo da sedici anni, abitare in un paese significava vivere in una comunità. E questo, a seconda dei rioni e dei condomini, accadeva anche in città. Qualcosa è cambiato.

Che cosa ci è successo? Quando abbiamo perso il filo delle relazioni umane? Quando siamo diventati miopi davanti alla disperazione altrui, incuranti della loro solitudine e del loro destino, concentrati solo sulle nostre esigenze? La morte di una bambina ha rivelato il volto raggelante di una società distratta, presa dai suoi impegni frenetici, che volta la testa dall’altra parte. Una società travolta da uno tsunami di indifferenza.

Bisognerebbe fermarsi davanti al cadaverino della bambina e osservare il contesto, la sporcizia, il frigorifero marcio e spento dove i suoi genitori tenevano le poche cose che riuscivano ad acquistare con il sussidio del Comune e con le buste della Caritas che una volta al mese ritiravano in parrocchia. Quel sussidio e quel pacco sono il segno che la coppia aveva chiesto aiuto a modo suo. Invece, la loro situazione di marginalità è stata affrontata come una qualsiasi pratica burocratica: i soldi e il cibo come unica soluzione.

Bisognerebbe fermarsi e riflettere, perché questa storia disperata riguarda tutti. Non doveva andare così, non è stata una fatalità: oggi lo sappiamo, ieri lo avremmo affrontato prima che accadesse.

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