Pesca a strascico a fondo «Condannati a chiudere»
L’ultimo appello degli armatori che denunciano l’abbandono della categoria Vincoli e divieti, indennità in grave ritardo, costi alti di gestione: ecco i problemi
PORTO TORRES. «I problemi della pesca a strascico sono talmente gravi che rischiamo seriamente di chiudere entro l’anno l’attività: ci sono troppi vincoli e divieti da parte delle leggi, controlli al limite della sopportazione sulle taglie dei polpi, rimborsi del fermo biologico che arrivano in grave ritardo, caro nafta e da diversi anni manca all’interno dell’amministrazione comunale una commissione Pesca che si possa occupare dei nostri problemi».
Non fa tanti giri di parole il piccolo armatore Lorenzo Nieddu per descrivere lo stato di disagio che vivono i giovani pescatori turritani dello strascico, che soprattutto in queste giornate di brutto tempo non possono uscire in mare e - oltre ad non avere alcun indennizzo economico - non possono recuperare le uscite di pesca in altre giornate di tempo buono.
«Fino allo scorso anno si potevano recuperare giornate di pesca il sabato e la domenica – aggiunge l’altro armatore Giovanni Chessa –, da quest’anno c’è invece una legge nazionale che impedisce l’uscita a mare per lo strascico nei fine settimana. In tutto questo mese abbiamo fatto solo due cale a mare, ossia circa 400 euro di pesce, e se il tempo brutto continua non ci rimborsa nessuno di quello che potenzialmente perdiamo come lavoratori del mare».
Sulla taglia del polpo da pescare - che deve rientrare nei 300 grammi previsti dalla legge - gli armatori ritengono di essere penalizzati nei controlli: «Un polpo pescato alle 3 di mattina può pesare 320 grammi, ma alla stessa ora del giorno dopo (quando rientriamo in porto) ne pesa 270 grammi causa calo fisiologico». I controlli dell’Autorità marittima possono però arrivare in qualsiasi momento della pescata, e ai militari non resta che applicare la legge che, in ogni caso, non contempla il calo fisiologico del mollusco che vive nei bassi fondali. «Ci sono regole troppo stringenti – dice Nieddu – che stanno portando alla morte della pesca a Porto Torres: bisogna cambiarle se si vuole dare una mano a chi si alza prestissimo per mandare avanti l’attività e dare da mangiare alla propria famiglia, magari consentendo di recuperare le giornate di tempo brutto gli ultimi due giorni della settimana, oppure prevedendo un indennizzo come esiste riguardo alle calamità nell’agricoltura». Fino a dieci anni fa esisteva una flottiglia di 30 barche dello strascico ormeggiate nella banchina del porto commerciale (50 negli anni ’70), ora ne sono rimaste 13 e i problemi rispetto ad allora sono notevolmente aumentati. Per rispettare l’ambiente marino si sono imposte reti più leggere che non prendono il fondo e maglie più larghe («Al contrario di quanto avviene per gli amici della piccola pesca», dicono), sta diminuendo sensibilmente il pescato e aumentano invece i costi di gestione. «La politica è sempre stata assente nel nostro mondo della pesca – lamenta Chessa –, e mai come questa volta c’è necessità di una commissione comunale che discuta tutti questi problemi e li porti all’attenzione della Regione. Vogliamo che la politica ci ascolti e che ci prenda per mano per denunciare nelle stanze che contano lo stato di malessere che vivono i piccoli armatori della pesca a strascico».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google