Lingua blu, i pastori non si fidano dei vaccini
Gli allevatori denunciano: «Troppi casi di animali ammalati dopo la profilassi» Le greggi colpite da morie, dimagrimenti, perdita di latte e caduta della fertilità
OZIERI. «Informazione, libertà di scelta, solidarietà e tutela degli allevamenti». Quattro semplici richieste che provengono dal Comitato di base dei Pastori del territorio, che in una lettera aperta indirizzata all’assessore regionale alla Sanità chiedono, per l’ennesima volta, la «libertà vaccinale» dei propri animali, con particolare riferimento alla lotta alla blue tongue.
La lettera ripercorre i punti salienti di una polemica ben nota: quella dei tanti pastori che negli anni hanno lamentato «morie, perdite di latte, caduta di fertilità, dimagramenti» negli ovini sottoposti alla profilassi contro la blue tongue e che hanno quindi deciso di rifiutare la vaccinazione dei capi. Un rifiuto al quale, come si sa, sono seguite misure pesanti, come la decisione della Regione di rendere la vaccinazione coattiva e di sanzionare gli inadempienti.
Eppure, dicono i pastori, se le lamentele sono tante evidentemente i casi di malattie post-vaccinali non sono pochi, sebbene «anche quando le pecore hanno reazioni gravi temporalmente connesse con la vaccinazione, molto difficilmente viene compilata una scheda di sospetta reazione avversa». La lotta alla blue tongue è più simile a una caccia alle streghe che a una procedura pianificata, lamentano gli allevatori, anche perché è accompagnata da «proclami mediatici» che non fanno bene all’economia agropastorale.
«Lasciare intendere che se tutti gli animali fossero vaccinati non ci sarebbero casi di blue tongue – dicono i pastori –, significa fare disinformazione e non dire tutta la verità. Infatti, la prima causa di relativo fallimento di questa vaccinazione risiede nella ridotta durata dell’immunità evocata dal vaccino. A prova di ciò – aggiungono – vogliamo ricordare che la protezione del vaccino diminuisce dopo quattro mesi dalla somministrazione. Quindi se l’immunità evocata dalla pratica vaccinale svanisce abbastanza rapidamente dovrebbe rendere gli animali suscettibili alla malattia nel periodo che si trovano scoperti».
La lettera degli allevatori non è una sequela di lamentele, tutt’altro: è una puntuale illustrazione del problema dal loro punto di vista, con tanto di dati, esempi, informazioni. È ormai evidente a tutti che i pastori sono stanchi di essere definiti “pecore” e di essere considerati brontoloni e ignoranti. Sono preparati, conoscono il loro mestiere e conoscono il bestiame, studiano, e sono quindi stufi di trovarsi davanti a un personale sanitario che li guarda dall’alto in basso e che somiglia più a un esercito che a uno staff di veterinari.
«Il nostro comparto – dicono – ha ripudiato totalmente queste funzioni repressive e sanzionatorie, che ottengono solo un desolante risultato: allungare le distanze tra il mondo rurale e le istituzioni. Per scelta consapevole e cosciente – aggiungono –, piuttosto che esporre i nostri animali a una profilassi che provoca “effetti indesiderati” siamo disposti a rinunciare agli indennizzi in caso di danni causati dalla malattia, ma allo stesso tempo ci rifiutiamo di pagare sanzioni esageratamente ingiuste, dato che alla fine di tutta questa storia gli unici a essere danneggiati siamo solamente noi».
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