Provate voi a lavorare senza paga
Il dramma umano dei tanti che continuano ad andare in fabbrica ogni mattina con i bilanci familiari in rosso e tanta amarezza. Una emergenza sociale da affrontare senza voltare la testa dall'altra parte
Alzarsi la mattina per andare a lavorare. Uscire di casa guardando i figli che dormono, prendere l’auto, anticipare i soldi del carburante e sapere che sei già in rosso. Perché oltre il cancello della fabbrica c’è l’azienda che non paga gli stipendi da mesi, che ha congelato anche la tredicesima, quella che a tante famiglie serviva per pagare il mutuo, le spese extra, qualche debito che si è sommato alle difficoltà ordinarie di tutti i giorni. L’ultima storia in ordine di tempo è quella dei 90 operai della Simind, nel Petrolchimico di Porto Torres. Ma è solo uno dei nodi che stanno arrivando al pettine: un vecchio detto recitava «dopo Natale freddo e fame».
Ecco, il faro acceso da decine di lavoratori disperati rimette al centro dell’attenzione la vera priorità: il lavoro. Non basta dire che siamo solidali, che si capisce cosa sta succedendo, perché per essere davvero consapevoli del dramma di tante famiglie bisogna starci dentro alle storie. Occorre sapere come ci si sente nel negare ai figli richieste semplici, e capire come vivono un padre e una madre inadempienti.
E poi provare sulla propria pelle le difficoltà nel reperire gli elementi essenziali per il pranzo e la cena, sfuggire alle telefonate di chi ti ricorda che devi pagare e non gli frega niente se da mesi ti negano lo stipendio e continui a lavorare vuoto a perdere. Insomma, non è colpa tua se si continua a permettere alle aziende di fare ribassi paurosi per vincere appalti che poi risultano sconfitte per gli operai. In mezzo c’è la dignità di chi diventa invisibile per scelta, si inabissa come un piccolo sommergibile sociale con il suo carico familiare, scompare alla vista per cercare di sopravvivere, con la speranza di avere la forza per portare avanti una lotta durissima. Senza crollare per sempre. Ecco, il dramma si può immaginare, ma vivere nel malessere, sotto stress, pressato da un rullo che ti spiana tutti i giorni come una pasta che non riesce a prendere forma, è un’altra cosa.
E non si può immaginare. Allora i lavoratori fanno bene ad alzare i toni di una lotta che finora è passata in secondo piano tra distrazioni e false illusioni per il futuro. Perché non c’è futuro senza lavoro, senza il rispetto di diritti, senza reddito per le famiglie. E chi ha ruoli di responsabilità, dai Comuni alla Regione e fino ai parlamentari, provi a vivere senza niente: senza soldi, senza speranze, senza il coraggio di alzare la testa per guardare in faccia i familiari che ti chiedono che cosa si può fare. É emergenza vera, e non si può consentire che all’esercito di disoccupati si sommino quelli chiamati a lavorare senza paga.
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