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Il demansionamento nell’era del Jobs Act

Il demansionamento nell’era del Jobs Act

In questi casi è consentito: nuova classificazione contrattuale, modifica degli assetti aziendali, invalidità sopravvenuta

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Avvocato Bassu, mia figlia lavora per una multinazionale. Dopo un’assenza per malattia, al rientro senza alcuna valida motivazione è stata assegnata ad una mansione inferiore rispetto a quella che aveva prima. Non solo, il direttore le ha detto che il contratto sarebbe potuto essere sciolto in ogni momento nel caso in cui non avesse accettato la nuova mansione. Anche lo stipendio è stato diminuito. È mobbing? Quali tutele ha il lavoratore?

Il lavoro è il fattore su cui si fonda la Repubblica Italiana, tanto che l’art. 4 della Costituzione tutela le relazioni lavorative sia da un punto di vista patrimoniale sia personale sotto l’egida dell’effettività. Il problema del demansionamento, determinato dall’attribuzione di una qualifica inferiore rispetto a quella svolta e individuata dal contratto di lavoro, è preso in considerazione dall’art. 2103 cod. civ. che di recente ha risentito degli interventi legislativi previsti dal Jobs Act.

La valutazione circa la lesione della personalità del lavoratore (mobbing) e la relativa tutela non può quindi prescindere dall’analisi del demansionamento, oggi consentito nei seguenti casi: nuova classificazione da parte del contratto nazionale di lavoro; modifica degli assetti aziendali; invalidità sopravvenuta e rilevante interesse del lavoratore. Con la riforma del lavoro è scomparsa, inoltre, la necessaria equivalenza tra vecchie e nuove mansioni.

Dal momento che non è stata indicata alcuna di queste motivazioni e la condizione del lavoratore è peggiorata anche dal punto di vista patrimoniale il demansionamento apparirebbe illegittimo, riservandosi comunque un’analisi approfondita di tutti gli elementi che compongono il rapporto di lavoro. Al di là della qualificazione come mobbing o danno da demansionamento, il lavoratore può chiedere il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale, dimostrando puntualmente le conseguenze sul “fare reddittuale” e sulla sfera personale derivanti dal comportamento del datore di lavoro. La Cassazione ha ammesso, infatti, la risarcibilità del danno esistenziale per lesione della personalità del lavoratore in seguito a declassamento illegittimo. Il lavoratore può chiedere al Giudice il riconoscimento della qualifica corretta potendo altrimenti recedere dal contratto per giusta causa, salvo in ogni caso il risarcimento. Come si vede, le fattispecie sono complesse e vanno valutate caso per caso. Non necessariamente il demansionamento genera una condotta di mobbing, essendo richiesti ulteriori presupposti: continuità nel tempo, finalità persecutoria, lesione del piano professionale o morale o fisico del lavoratore e, secondo parte della giurisprudenza, l’intento di cagionare tale danno.

Avvocato Giuseppe Bassu

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