Sassari, sette suore riaprono il monastero delle clarisse
Dopo quasi due anni di chiusura, si rianima la struttura del centro storico. Quattro religiose sono dell’Eritrea: «Il Signore ci ha chiamato e siamo venute in Sardegna»
SASSARI. I suoi occhi brillano e il sorriso è perenne sulle labbra. Ha la serenità e la dolcezza di chi quella missione la vive come il più grande dei doni che la vita possa fare a qualcuno.
Dall’Eritrea a Sassari per «rispondere alla chiamata del Signore». Sì, perché quando il padre provinciale dei Cappuccini Giovanni Atzori ha contattato a Roma madre Misericordia e le ha chiesto di andare a Sassari per riaprire il convento delle monache cappuccine chiuso da quasi due anni, lei ha capito subito che non si poteva e non si doveva rinunciare a questa “chiamata”: «Il Signore aveva bussato alla mia porta».
Stava rientrando in Africa e non aveva mai neppure sentito parlare della Sardegna: «Quando sono arrivata qui – racconta da dietro la grata del monastero di largo Monache Cappuccine – mi son detta: “Non sarà facile ma va bene, proviamoci”». E così ha parlato con le sue sorelle dell’Eritrea che hanno deciso di seguirla e insieme alle tre più anziane che già avevano vissuto a Sassari, hanno finalmente riaperto il convento di clausura. Per la gioia dell’intera città.
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Oggi sono in tutto sette, le quattro africane sono molto giovani: una ha 31 anni, una 36 e due 46. Sassari e il quartiere di Sant’Apollinare – cuore del centro storico – le hanno accolte con le lacrime agli occhi durante la messa celebrata per salutare il loro arrivo con l’arcivescovo padre Atzei. Dopo cinquant’anni di permanenza in una delle istituzioni più antiche (344 anni di storia) e amate di Sassari, infatti, a maggio del 2014 le ultime tre monache rimaste erano state trasferite. Una decisione sofferta ma indispensabile che l’ordine francescano regionale aveva dovuto prendere per questioni legate alle delicate condizioni di salute delle tre consorelle. Ma anche perché la struttura aveva bisogno di essere sottoposta ad alcuni lavori di ristrutturazione.
Un edificio storico di ottocento metri quadri e con 58 stanze: «C’è molto da fare qui dentro – dice madre Misericordia – e abbiamo faticato un po’ per abituarci al clima così diverso dal nostro». Troppo freddo d’inverno e molto caldo d’estate per loro che in Eritrea hanno una temperatura costante di circa 24/25 gradi tutto l’anno. Le sette stanze che le ospitano oggi sono climatizzate e il lavoro non manca di certo. Dentro il convento e fuori... «C’è tanto da fare anche lì. Capita spesso che la gente venga a cercare conforto. Persone che hanno fame ma anche chi sta vivendo una situazione familiare complicata». Chi è stato lasciato dalla propria moglie o dal proprio marito, chi ha un caro malato, chi è alla ricerca disperata di un lavoro e chi chiede semplicemente una preghiera.
Madre Misericordia ascolta tutti e quando può li aiuta con del pane o altro: «Ma non soldi, lo abbiamo detto più volte a chi ce li ha chiesti: noi non abbiamo soldi». E chi, come lei, ha vissuto da bambina il periodo tragico della guerra sa bene cosa significhi non avere cibo e non poter nemmeno contare su un’istruzione: «Sono entrata in monastero a 14 anni, fino ad allora non avevo mai studiato, non c’erano le scuole. Ma fin da piccola ho sempre voluto diventare suora. Il mio mondo è questo, non ho bisogno di altro». Ed ecco il sorriso farsi ancora più largo. Anche quando arriva la richiesta: «È possibile scattarle una foto, magari di spalle?». La risposta: «Perché di spalle? Va bene anche di fronte, questa sono io e questa è la mia vita». Disarmante e allo stesso tempo molto rassicurante.
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