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Sassari, i soldi delle rapine “ripuliti” al Bingo

di Luca Fiori
Sassari, i soldi delle rapine “ripuliti” al Bingo

Il titolare due anni fa ha consegnato alla Banca d’Italia 21 banconote da 50 euro macchiate ma nessuno lo ha mai risarcito

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SASSARI. La sala Bingo di Sassari veniva utilizzata, all'insaputa dei proprietari, per “ripulire” le banconote macchiate dai sistemi anti rapina degli istituti di credito e dei blindati delle società di vigilanza. Il denaro sporco, frutto degli assalti armati a banche, uffici postali e furgoni - difficile da spendere senza il rischio di finire nei guai - transitava per Predda Niedda e dopo un passaggio per le macchinette colorate e rumorose tornava nelle tasche dei ricettatori sotto forma di banconote “pulite” o di monete: certamente ingombranti, ma molto più facili da rimettere in circolo senza correre alcun rischio.

A rendersi conto di essere finito nel mirino di una banda di malviventi che aveva scelto il Bingo come “lavatrice” per il denaro macchiato, due anni fa è stato Giampiero Manconi titolare della società Play Line srl che gestisce la sala da gioco aperta nel 2002. Da quel momento per l'imprenditore sassarese è iniziata una vicenda paradossale che non si è ancora conclusa.

«All’inizio di gennaio del 2014 - racconta Manconi - io e i miei collaboratori abbiamo trovato 21 banconote da cinquanta euro macchiate, facilmente riconducibili a qualche episodio criminoso». Il denaro era stato “ripulito” in due modi: nelle macchinette cambia monete e nelle slot macine con un sistema utilizzato anche dalla camorra in varie parti d’Italia. Il sistema consiste nell’infilare la banconota macchiata nel videopoker e, dopo aver giocato soltanto un euro, prendere lo scontrino rilasciato automaticamente dall’apparecchio e con quello andare a chiedere al titolare la restituzione del resto della somma inserita. Quando nella sala Bingo di Predda Niedda si sono resi conto del giochino si sono rivolti ai carabinieri. «Ho preso le banconote macchiate - racconta Manconi - e sono andato in caserma, ma da lì sono stato dirottato alla Banca d’Italia. Non avevo idea - aggiunge l’imprenditore - che in quel momento stesse iniziando un’odissea che dopo due anni non si è ancora conclusa».

La Banca d’Italia tra le sue funzioni ha anche quella del cambio del denaro danneggiato. Un’operazione semplice che solitamente richiede la compilazione di un modulo. In presenza della prova di un reato la procedura è però ben diversa. E Giampiero Manconi lo ha scoperto a sue spese. «Ho compilato il modulo che mi è stato dato allo sportello - spiega l’imprenditore - ho consegnato le 21 banconote e lasciato i miei recapiti. Pensavo di essere contattato pochi giorni dopo per riavere l’equivalente di quello che avevo versato, ma non è andata così».

Dopo un anno di silenzio Manconi si ripresenta alla Banca d’Italia e scopre che le sue 21 banconote sono state sequestrate dalla Guardia di Finanza e che l’istituto di credito ne ha perso le tracce. «A quel punto mi sono presentato di persona dalla Fiamme Gialle - continua il titolare della sala Bingo - e ho scoperto che il denaro che avevo consegnato alla Banca d’Italia era finito in Procura, sequestrato in attesa di capire da quale rapina provenisse».

Pochi giorni fa, a distanza di oltre due anni dalla consegna del denaro, Giampiero Manconi è ritornato alla Banca d’Italia. «Con grande flemma - spiega l’imprenditore - mi hanno detto di rivolgermi alla Finanza che si era occupata di sequestrare il denaro. Dopo due anni in cui sono stato spedito da una parte all’altra senza mai avere una risposta certa - si rammarica Manconi - mi chiedo se questa sia la giusta ricompensa per un cittadino onesto che si rivolge alle forze dell’ordine per chiedere aiuto dopo aver subìto un danno. Tra l’altro dalla mia segnalazione iniziale forse gli inquirenti sarebbero potuti risalire ai responsabili della rapina - conclude Manconi - le macchinette cambia monete e le slot delle nostre sale sono monitorate dal sistema di video sorveglianza, ma purtroppo le immagini non esistono più perché si cancellano dopo una settimana».

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