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Sassari

Intervista a Vittorio Sgarbi: «La croce di Sant’Antine salverà la nostra civiltà»

di Paolo Curreli
Intervista a Vittorio Sgarbi: «La croce di Sant’Antine salverà la nostra civiltà»

Lo storico dell’arte parla della mostra sull’Ardia di Sedilo che ha curato a Cagliari

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A ridosso della strage di Bruxelles, il 24 marzo scorso, Vittorio Sgarbi ha voluto dedicare la sua striscia settimanale di “Virus” su Rai2 alla mostra “In Hoc Signo” esposizione da lui curata –e inaugurata alla sua presenza– il 22 marzo a Cagliari. La scelta di rimandare la trasmissione – dedicata in precedenza alla mostra su Lotto, Artemisia Gentileschi, al Guercino ed alcuni quadri legati alla figura della madre – è stata per Vittorio Sgarbi una scelta di campo. «Quel segno della croce è il simbolo, anche per l'arte contemporanea esposta a Cagliari, della consapevolezza della nostra civiltà cristiana. Emblema di una civiltà aggredita, dell'umanità e del mondo cristiano che soffrono senza motivo in una continua strage di innocenti».

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Sant'Antine, l'imperatore Costantino e il vessillo con la croce, ancora un baluardo tra il bene e il male?

«In hoc signo vinces rappresenta, ora più che mai, la forza dello spirito, la difesa di una visione del mondo europea che viene minacciata a pochi passi dalle sue istituzioni. Ancora una volta “non possiamo che dirci cristiani” e ritrovarci nel simbolo del crocifisso. La costituzione europea non afferma le nostre radici cristiane, più volte evocate da diversi pontefici, ma il cristianesimo è presente in ogni nostra città, mentre siamo ormai arretrati da questa posizione in una indifferenza che è contraddetta dalla nostra arte e dalla nostra storia.

La croce vessillo di Sant'Antine, l’imperatore Costantino I, è la vera croce ritrovata da sua madre Sant'Elena. Non più lo strumento della sofferenza e del martirio ma il simbolo del trionfo della resurrezione. Costantino rappresenta la vittoria, militare, politica ma anche culturale. L'imperatore che evita il disfacimento dell'impero fondando Costantinopoli e che, infine, fa trionfare il cristianesimo con l'editto di Milano del 313 facendolo diventare instrumentum regni».

Cosa ci dice la tradizione iconografica legata a San Costantino?

«Sant’Antine, per i sardi, ci appare molto lontano dallo stereotipo canonico del santo, il martire che si sacrifica in vista del Regno dei cieli. È la sua vicenda terrena che viene glorificata in eterno, la sua potenza di comandante militare che sconfigge Massenzio a Ponte Milvio. Un santo mai riconosciuto dalla chiesa cattolica – a differenza della madre Sant'Elena scopritrice della croce del martirio di Cristo – venerato invece dai regnanti e dalla chiesa bizantina. Curiosa la confessione di monsignor Becciu che racconta della messa del 2013 in onore di Costantino al papa che gli risponde “Perché l’imperatore è santo?”. La figura di Costantino è centrale in opere fondamentali del Rinascimento: nel ciclo della Vera croce di Piero della Francesca, nella sala di Costantino dei Palazzi Vaticani con l’affresco di Raffaello, Giulio Romano e Francesco Penni, per esempio».

Il rito misterioso e originale dell’Ardia?

«L’Ardia andrebbe studiata ricercandone le radici nella tradizione antica. Un rito dove vincono la forza e la capacità sorrette dalla fede, dove non esiste l’aspetto agonistico ma piuttosto la capacità di volare oltre la forza, ovvero la forza della spiritualità che spinge verso l’alto. L’Antine dell’Ardia è un santo e un eroe di armi e di spirito, un re guerriero nemico dell’ eresia, anticipatore del matamoros sterminatore di infedeli. La mostra di Cagliari ha coinvolto numerosi artisti che si sono cimentati in risposte diversificate sulla sagra e sulla figura del santo. Dal magistero tecnico capace di riflettere la migliore tradizione artistica, alla rappresentazione popolare del furore che anima la corsa fino alla virtuosa del dolciume Anna Gardu che fa riferimento alla tradizione degli ex -voto».

Come l’arte racconta la storia degli uomini, quanto è importante?

«La storia di come un capolavoro dell’umanità fu salvato è esemplare. Durante la seconda guerra mondiale, il capitano Clarke aveva ricevuto l’ordine di bombardare San Sepolcro, un ragazzino gli disse che i tedeschi erano fuggiti, e il capitano decise di disobbedire agli ordini. Aveva letto che “La Resurrezione” di Piero della Francesca era il dipinto più bello del mondo, e decise di salvarlo. Il paese di Sansepolcro non fu salvato dalla distruzione per Cristo vincitore, ma piuttosto, per l’arte che lo rappresenta. Non bombardare Cristo risorto di Piero è un fatto che supera la religione».

Ritorna Ancora Piero della Francesca...

«Sto lavorando a una mostra

dal titolo “Il cammino di Piero”, da Urbino ad Arezzo con epicentro l’impresa più importante; proprio il ciclo de “Le Storie della Vera Croce” nella basilica di San Francesco ad Arezzo».

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