Università di Sassari, parla il rettore: «Ateneo in crisi, ma lo salveremo»
Iscritti in calo, salvo una piccola ripresa, finanziamenti sempre più esigui: la ricetta del rettore per scongiurare la chiusura
SASSARI. Di rischio chiusura il rettore non vuole neppure sentirne parlare. «È un’ipotesi che allo stato attuale, nonostante il periodo di grandi difficoltà che il nostro ateneo sta attraversando, non può essere presa in considerazione». Anche l’dea della fusione con altre università, peraltro incoraggiata a suo tempo dalla riforma Gelmini, a quanto dice Massimo Carpinelli non è mai stata vicina alla realtà «perché ci vorrebbe l’accordo di entrambe le università, un protocollo d’intesa che non può essere imposto per legge».
Rischio chiusura. Lo spettro della cancellazione, che aleggia su altre strategiche istituzioni come ad esempio l’aeroporto di Alghero, sembra dunque essere distante dalle aule delle facoltà cittadine. Eppure certe cifre a guardarle fanno rizzare i capelli. Una fra le più inquietanti è quella degli iscritti: nell’anno accademico 2012/2013 erano complessivamente 14.437, oggi sono 13.182. Un calo del 4 per cento circa che, unito al fatto che il 17 per cento dei diplomati a Sassari sceglie di proseguire gli studi oltre Tirreno, fa emergere una scarsa attrattività dell’ateneo turritano. E siccome i fondi del ministero per il funzionamento ordinario sono ormai legati al numero di studenti regolari e al costo standard per ciascuno di loro si può dedurre che la parabola dell’università è in fase calante. «Non si può prescindere dal fatto che l’istituzione universitaria - dice il rettore in carica dal novembre 2014 - è strettamente legata al suo territorio. E un territorio dove il tessuto economico fa fatica a riprendersi, dove non ci sono grandi aziende, dove tutti i settori arrancano, non può sostenerla adeguatamente. Ecco perché molti giovani e le loro famiglie fanno un ragionamento legato alle possibilità di occupazione. È chiaro che se mi laureo a Milano avrò, forse, qualche possibilità in più di inserirmi nel mondo del lavoro».
Dispersione scolastica. Ma il rettore sottolinea anche che non bisogna trascurare l’aspetto della dispersione scolastica: in Sardegna la percentuale di abbandoni, con il 25,5 per cento, è di gran lunga la più alta d’Italia (17 per cento) che a sua volta è la più alta d’Europa. «Da parte nostra - continua Carpinelli - abbiamo scelto di facilitare l’accesso alle facoltà anche dal punto di vista economico tenendo le tasse universitarie, che sono l’altra voce primaria di introiti oltre ai finanziamenti statali e a quelli regionali, a un livello tra i più bassi nel territorio nazionale».
Le tasse. A Sassari l’importo, che varia a seconda del reddito, non supera nella media gli 800 euro. Al massimo si può arrivare a 1300 euro per ogni anno accademico mentre in una grande università del Nord si pagano in media 1600 euro. Ma anche questo “vantaggio” non basta a far svoltare l’ateneo turritano che pure fino ad oggi si è distinto a livello nazionale in alcuni settori che piacciono ai giovani come quello dell’internazionalizzazione: gli scambi Erasmus, per intendersi, che però oggi sono minacciati dall’esiguità di collegamenti col resto del mondo.
I finanziamenti. Ad aggravare la situazione il sempre più marcato disimpegno economico del governo nei confronti delle università. Si pensi che nel 2010 l’ateneo di Sassari aveva ricevuto un Fondo di funzionamento ordinario pari a 76 milioni e 78mila euro. Nel 2015 lo stesso fondo è stato di 70 milioni e 969mila euro, a oggi gli uffici amministrativi non hanno idea di quanto il governo elargirà per il funzionamento del 2016. Di conseguenza se nel 2009 l’università di Sassari incideva per l’1,17 per cento del fondo totale, oggi incide per l’1,06. «È vero che esistono clausole di salvaguardia secondo le quali non ci può essere un calo dei finanziamenti superiore al 2,2 per cento - aggiunge Carpinelli - ma sto portando avanti una battaglia all’interno della Crui, la conferenza dei rettori, per far capire che le università sarde non possono essere trattate come le altre. Bisogna considerare tutta una serie di difficoltà determinate dall’insularità che invece oggi come oggi sono ignorate».
Il futuro. Ma come si combatte per non affondare e per allontanare il famigerato rischio di chiusura? «Noi da un anno abbiamo ridotto al massimo gli sprechi per quanto riguarda le spese correnti - dice il rettore - e il bilancio è in pareggio. Lavoriamo all’aumento del numero degli studenti con l’efficienza dei servizi e tentiamo di incidere sulla quota premiale del fondo ministeriale incrementando il livello della ricerca (pubblicazioni e altro) e quello degli scambi internazionali».
Fra le notizie buone per scacciare la paura, l’assunzione, finanziata dallo Stato, di undici ricercatori a tempo determinato che dopo tre anni potranno diventare professore associato e l’istituzione di due nuovi corsi di laurea: psicologia e cooperazione internazionale.
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