La Nuova Sardegna

Sassari

Soldi finiti, lavori a metà all’ex tipografia Chiarella

di Paoletta Farina
Soldi finiti, lavori a metà all’ex tipografia Chiarella

Rischia di restare incompiuto il progetto di allargare la biblioteca comunale Mancano anche i fondi per il personale. Ricca di fascino la parte completata

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SASSARI. Pronta a metà e il piatto piange. Il Comune ha finito i soldi per completare il restauro dell’ex tipografia Chiarella acquisita al proprio patrimonio dopo la chiusura dello stabilimento. Anche l’ultimo finanziamento di 570mila euro che si aggiungeva ai 3 milioni 775mila stanziati con lo scopo di riutilizzare gli storici locali per espandere la confinante biblioteca comunale, non basteranno a concludere le opere. Che nel corso dei lavori, iniziati nell’ormai lontano 2008, si sono rivelate più costose del previsto, a causa di una campagna di scavo a carico di Palazzo Ducale che ha permesso di riscoprire il vecchio carcere di San Leonardo e per una serie di problemi tecnici e conseguenti varianti che hanno allungato i tempi. Non solo. Anche per destinare il bellissimo edificio industriale in via al Carmelo a sede della biblioteca, occorrerà trovare soluzioni. Perché serve personale per gestirlo. E anche in questo caso occorre avere soldi in cassa.

L’assessore ai Lavori pubblici, Ottavio Sanna, un po’ ci scherza sul fatto che i Comuni stanno vivendo tutte le ristrettezze dei tagli alla spesa. «Stiamo pensando alle soluzioni gestionali, soprattutto visto che almeno una parte dell’edificio si potrebbe utilizzare in tempi più brevi: tra le ipotesi c’è anche quella di darla in gestione a privati facendone un caffè letterario».

Intanto ha preso forma compiuta e si può ammirarne la bellezza la parte dell’edificio in cui gli interventi sono stati portati a termine dalla cooperativa archeologica di Firenze e sotto la direzione dell’architetto Roberta Omoboni, del settore Lavori pubblici del Comune. Il grande salone al primo piano dove dovrebbero essere collocate le postazioni di lettura è stato pavimentato a parquet. Le assi di legno provengono dalla Slovenia e sono di recupero. Sono state trattate con una sostanza ignifuga per problemi di sicurezza, così come le travi presenti negli alti soffitti. Dall’ampio lucernario, rinnovato perché l’originale era irrecuperabile, entra la luce che illumina in modo naturale i locali mettendone in evidenza l’architettura di tipo industriale ed esaltandone il fascino. Salvata, invece, la bella vetrata déco che si affaccia su via Lamarmora e che contribuisce a dare luminosità agli ambienti. In tutto il palazzo si cammina in un susseguirsi di archi e stanze che si rimpiccioliscono diventando piccoli angoli che riservano tanto sorprese. In uno di questi si trova una delle celle del vecchio carcere di San Leonardo, utilizzato fino all’entrata in funzione nel 1871, nell’Ottocento del penitenziario di San Sebastiano. Una cella che racconta la tragedia vissuta dai detenuti, che affidavano a scritte sui muri, riportate alla luce la loro disperazione. Perché il palazzo è davvero un pezzo di storia della città. Prima di rotative e linotype, aveva ospitato la falegnameria Clemente, altro nome importante dell’industriosità sassarese e che spicca sulla facciata.

Sui 2400 metri quadri in cui si estende l’edificio certo si potrebbe fare molto. Mostre, iniziative artistiche, convegnistica, reading. Il Comune dovrà decidere o c’è il rischio che si siano spesi inutilmente oltre quattro milioni di euro.

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