Obiettivi "smart" e andrai lontano
S come “specifici”, M come “misurabili”, A come “azioni”. R come “realistici”, T come “tempo”
Come è complesso scrivere di psicologia cercando di essere semplice e allo stesso tempo non semplicistico. È il mio obiettivo, soprattutto oggi. La scorsa settimana ho sottolineato l’importanza della programmazione per obiettivi. Ma come fissarsi un obiettivo? Chiunque si occupi di “goal setting”, ossia di come stabilire gli obiettivi, fa riferimento all’acronimo S.M.A.R.T.
S come “specifici”, ossia cosa realmente intendo raggiungere. Faccio qualche esempio: diventare più bravo nel servizio di tennis è generico, controllare la posizione dei piedi e l’alzata della palla in funzione del servizio è specifico; mettermi in forma è generico, dimagrire di cinque chili è specifico.
M come “misurabili”, più l’obiettivo è espresso in numeri più è funzionale. Ancora esempi: da lunedì inizio a camminare è diverso da lunedì cammino 10 minuti, martedì 15 e così via; il mio obiettivo è vincere la gara di nuoto è diverso da dirsi voglio migliorare di 2 secondi nella mia gara.
A come “azioni”. Perché l’obiettivo sia funzionale è fondamentale specificare le azioni che sono disposto a mettere in campo per il suo raggiungimento: per migliorare nell’esecuzione del calcio di rigore sono disposto ad allenarmi, a non saltare gli allenamenti e a prendere sul serio i calci piazzati di fine allenamento (a volte non è colpa del mister se non si migliora).
R come “realistici”, ossia che si basano sulla reale consapevolezza delle proprie competenze. Esempio: amare lavorare con i bambini non basta per essere un bravo allenatore; e sul reale controllo dell’obiettivo stesso, ad esempio vincere nello sport dipende da tante variabili interne ed esterne di cui non ho il controllo.
T come “tempo” indica entro quanto va raggiunto l’obiettivo, se a lungo termine è sicuramente più stimolante, ma può essere più difficile perseguirlo , per questo la suddivisione in sotto-obiettivi è particolarmente funzionale.
Alcuni maratoneti con i quali ho lavorato mi hanno detto che all’idea di affrontare trenta chilometri di lungo, magari in solitaria, rischiano di farsi bloccare dal tarlo “ma chi me lo fa fare”, e usano proprio il tempo come strategia, focalizzandosi su dei “micro-sotto-obiettivi” del tipo «mi sveglio presto, faccio colazione, metto le scarpe, esco di casa, corro. Ormai che sto correndo faccio bene l’allenamento».
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