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Sassari

Porto Torres, "investigatori scienziati" in campo per risolvere il giallo delle ossa nell'urna

di Gianni Bazzoni
Porto Torres, "investigatori scienziati" in campo per risolvere il giallo delle ossa nell'urna

Erano state ritrovate su una colonna nella basilica di San Gavino, sono collocabili tra il 1270 e il 1410. Gli esperti dell'Università di Sassari al lavoro. Smentito che siano i resti del giudice Comita

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SASSARI. Resti umani poggiati dentro un’urna in pietra su una delle colonne portanti della navata laterale destra della Basilica di San Gavino a Porto Torres. A distanza di qualche tempo dall’inizio delle analisi su quelle porzioni di scheletro, la scienza prova a dare un contributo alla soluzione del “giallo storico”. Lo studio effettuato dal Dipartimento di Scienze Biomediche del’Università di Sassari - grazie anche alla datazione con il radiocarbonio (con il contributo del Dipartimento di Scienze e Tecnologie ambientali, biologiche e farmaceutiche del’Università di Napoli) - è stato possibile escludere che le ossa siano così antiche da essere riferite al primo giudice del Giudicato di Torres, Comita (XI secolo). Una voce sostenuta soprattutto dalla tradizione popolare.

Gli esami - i risultati dettagliati saranno resi noti in una conferenza pubblica programmata per il 16 maggio, alle 17, proprio nella Basilica di San Gavino - hanno permesso di stabilire che quei resti sono collocabili in un periodo compreso tra il 1270 e il 1410.

Si delineano, però, alcuni particolari essenziali: quelle ossa sono parte dello scheletro (incompleto quindi) di un individuo di sesso maschile. Un giovane adulto - secondo i ricercatori - statura circa un metro e settanta, considerata decisamente superiore all’altezza media dei sardi in quel periodo storico. Indicata anche una possibile età: l’uomo sarebbe morto in un limite compreso tra i 35 e i 50 anni.

I ricercatori del Dipartimento di Scienze Biomediche - Centro per gli studi antropoligici, paleopatologici e storici dei popoli della sardegna e del Mediterraneo dell’Università sassarese, hanno studiato i denti e condotto analisi radiologiche sulle ossa. Effettuata anche una indagine mineralogica preliminare mediante diffrattometria a raggi X della terra sulla quale le ossa erano riposte.

I dati emersi sono stati poi letti su un doppio versante: da una parte alla luce della tradizione storiografica; dall’altra, delle conoscenze sulle patologie dominanti in quel tempo in Sardegna, prima fra tutte la malaria, nel loro impatto sulla conformazione fisica dei sardi. E dato il periodo storico - in cui dominava la lebbra, diffusa nella Sardegna settentrionale nel XII-XII secolo, ne sono state ricercate le tracce.

Nell’attività di ricerca, seguita dall’Ufficio dei Beni culturali della Diocesi di Sassari e dal parroco don Mario Tanca, oltre al Dipartimento di Scienze Biomediche, sono coinvolti il Dipartimento di Scienze della natura e del territorio dell’Università di Sassari, la sezione di Paleopatologia del Dipartimento di ricerche traslazionali e delle Nuove tecnologie in Medicina e chirurgia dell’Università di Pisa e il Laboratorio di Paleontologia molecolare dell’Università di Camerino.

L’incompletezza dello scheletro della testa non ha consentito di operare una accurata ricostruzione facciale, cosa che avrebbe permesso - con una buona approssimazione - di tracciare i lineamenti del viso dell’individuo di appartenenza. Solo la mandibola ha fornito alcune indicazioni utili per definire il profilo del volto dell’uomo misterioso i cui resti sono stati poggiati nell’urna in pietre deposta sul colonnato della chiesa dell’XI secolo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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