Cuore, testa e gambe ecco come l’Italia può sorprendere
«Dovremo essere forti sotto l’aspetto mentale e fisico» «Non ci sono marines o maratoneti ma giocatori motivati»
È un uomo libero Antonio Conte. Ma libero veramente. Di pensieri, idee, parole e anche pendenze giuridiche. Già, perché l’assoluzione al processo di Cremona sul calcioscommesse dove era implicato gli permette di affrontare l’avventura europea con quella sostenibile leggerezza dell’essere e quella spensieratezza che sono fondamentali in un torneo di 30 giorni dove i nervi sono accordati al massimo della tensione come le corde delle chitarre di Jimi Hendrix.
Perchè il nostro Ct è uomo di guerra che ha bisogno del nemico. Il suo calcio non è accademico, non esce dalle aule della Sorbona ma piuttosto da una giungla del Vietnam.
Un football “guerrigliero” fatto di incursioni, faccia a faccia, corpo a corpo. L’esercizio di stile lo lascia agli altri perchè il risultato viene prima di tutto.
Era così quando da mediano alla Ligabue faceva legna nel centrocampo del Lecce e della Juve o da tecnico sulle panchine di Arezzo, Bari, Atalanta, Siena, e Juve.
Ed è anche per queste caratteristiche che Abramovich lo ha scelto per la prestigiosa panchina del Chelsea. Antonio Conte ha voluto annunciare la decisione di trasferirsi a Londra in tempi non sospetti, ben prima di andare in Francia proprio per evitare che la querelle sul suo rinnovo del contratto diventasse sport nazionale.
«Avevo bisogno di uscire dal garage, del lavoro quotidiano sul campo», disse il Ct quando annunciò di non voler rinnovare il rapporto di lavoro con via Allegri.
In effetti il ruolo di selezionatore sta stretto a Conte, che è uomo di campo e non da salotto. Confinato in tribuna ad assistere alle partite o davanti alla tv a vedere le immagini gli stava stretto e per questo ha preferito tornare a guidare un club. Il Ct azzurro deve imprimere il suo marchio di fabbrica alla sua squadra, non può limitarsi ad una trasposizione di uomini e idee ma deve imporre i suoi diritti d’autore sul gioco, sul gruppo e sulla filosofia.
Conte vuole indossare la tuta blu, sporcarsi le mani di grasso, smontare e rimontare il motore, studiare varie elaborazioni e anche mettersi al volante.
Ecco perché cerca di interpretare il ruolo di Ct con una declinazione personale, più allenatore che selezionatore. Vuole mettere la sua firma alle idee e al gioco ed ecco che si affida ai test atletici per stilare la lista dei 23.
«Agli Europei ci va chi è in condizione – ha detto – non possiamo permetterci di aspettare nessuno». E allora nessun rispetto per le gerarchie del cammino europeo o per il nome e nemmeno per la storia.
«Ho scelto con la mia testa, pensando di portare in Francia i migliori in questo momento e quando fai certe scelte (l’America di Pirlo e Giovinco) devi mettere in preventivo che ci possono essere delle conseguenze».
Il Ct per selezionare i 23 ha dovuto mettere da parte le gerarchie del cammino di qualificazione e anche il cuore. Nessun debito di riconoscenza, nessuna concessione al sentimento, in Francia ci vanno coloro che danno le massime garanzie sotto il profilo morale, caratteriale e soprattutto fisico. Non vuole ripetere l’errore di Cesare Prandelli che a Kiev quattro anni fa schierò in finale una formazione “cotta” perché non voleva lasciare fuori coloro che la finale l’avevano conquistata.
Del resto il Ct è consapevole che l’Italia non appartiene in questo momento al “G4” d’Europa perché ci sono almeno quattro squadre di caratura tecnica superiore e siccome la conquista della semifinale è obiettivo dichiarato nello statuto della Figc ecco che il nostro selezionatore non può permettersi di portare a Montpellier giocatori non al cento per cento perché è vero che il clima della costa meridionale francese giova alla salute ma quello azzurro non sarà un soggiorno termale e l’Italia non va in Francia per i fanghi e soprattutto non vuole finire nel fango.
«Se vorremo sorprendere dobbiamo essere forti sotto l'aspetto fisico, mentale e tecnico-tattico – ha detto Conte – non servono marines o maratoneti, ma gente motivata. Però ci vuole gente che stia bene altrimenti finisci per avere a disposizione solo 15-16 elementi per un torneo che ti costringe a recuperi di pochi giorni».
Il concetto è chiaro. L’Italia deve correre più delle avversarie perchè il linguaggio tecnico in questo momento è meno accademico di quello di Germania, Francia, Spagna e Inghilterra e dello stesso Belgio, ormai figlio delle colonie e che sembra il Brasile d’Europa.
E allora Conte per sovvertire l’ordine dei valori in campo mette sul tavolo la condizione fisica, la determinazione e quella chimica che spesso ha permesso all’Italia nel corso della storia di raggiungere risultati insperati anche se non attrezzata adeguatamente per ottenerli.
Basta sfogliare l’album dei ricordi per rendersene conto. Come non dimenticare ad esempio gli Europei di Belgio e Olanda del 2000 quando grazie soprattutto ad un Toldo monumentale gli azzurri riuscirono a battere in semifinale i “tulipani” dopo aver respinto un assedio costante. All’epoca Conte c’era come giocatore anche se un maldestro intervento alla caviglia da parte di Hagi nei quarti di finale con la Romania lo aveva messo al tappeto.
Conte si richiama a quei principi, a quei valori, allo spirito da battaglia e per trasmettere tutto questo si affida soprattutto ai senatori, al blocco Juve con il quale ha circumnavigato il mondo del pallone. Barzagli, Chielli, Bonucci e soprattutto Buffon devono essere in campo e fuori i traduttori simultanei della sua filosofia, i declinatori del suo verbo calcistico, gli apostoli del suo credo.
La lettura dei testi sacri spetta a Gigi Buffon, un campione del mondo che ha vinto tutto ma vuole vincere ancora.
«Qui ci sono ragazzi che hanno una storia importante e altri che la stanno costruendo ha detto il portiere della Nazionale – dovremo metterci del nostro per fare bene. È un avvicinamento alla competizione molto più sereno rispetto a tutte le altre volte perchè probabilmente nessuno si aspetta nulla di eclatante. Noi, però, dobbiamo trovare in questo la molla che ci deve far sorprendere tutti, per primi noi stessi, e trovare il coraggio per buttare il cuore oltre l’ostacolo».
Chiaro il concetto? Conte non vuole entrare a Londra dalla porta secondaria di un Europeo andato male o anonimo ma a testa alta passando per Piccadilly Circus all’ora di punta. Non è più un mediano alla Ligabue il nostro commissario tecnico.
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