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Sassari

Accoltellò il marito a Sassari. I giudici: la gelosia all’origine del delitto

di Nadia Cossu
Accoltellò il marito a Sassari. I giudici: la gelosia all’origine del delitto

Per la Corte d’Appello non fu un incidente: Marina Orrù (condannata a 14 anni) uccise volontariamente il marito Mario Loi colpendolo due volte con un coltello da cucina

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SASSARI. «Fu indubbiamente omicidio volontario. Marina Gavina Orrù uccise suo marito Mario Loi esasperata e divorata dalla gelosia».

Le motivazioni della sentenza di secondo grado depositate alcuni giorni fa non lasciano spazio a dubbi sulla dinamica del delitto di Caniga del 17 luglio 2013. «Il Loi e la Orrù si affrontarono frontalmente – scrive il presidente della corte d’appello Plinia Azzena – e l’imputata colpì il marito con il coltello due volte in rapida successione, una volta ferendolo di striscio con la lama all’emitorace destro e immediatamente dopo in pieno petto, procurandone la morte». E aggiunge: «Non v’è dubbio che l’appello del pubblico ministero abbia colto nel segno qualificando il fatto come omicidio volontario, come originariamente contestato all’imputata».

Tradotto: condanna a 14 anni di reclusione (pena diminuita per via del rito abbreviato). Il verdetto del collegio d’appello era arrivato lo scorso febbraio e aveva parzialmente riformato la sentenza di primo grado che condannava la Orrù a otto anni di reclusione per omicidio preterintenzionale (colpì ma non voleva uccidere, la sintesi dei giudici della corte d’assise). Quattro mesi fa Carlo Scalas - lo stesso pm del processo di primo grado - ha ricostruito scrupolosamente davanti ai giudici d’appello quanto accadde quel pomeriggio di luglio quando Mario Loi, 53 anni, autista di ambulanze per l’associazione di soccorso Sant’Anna, morì accoltellato nella sua casa di via Caniga. A finire in carcere, con l’accusa di omicidio volontario, fu sua moglie Marina Gavina Orrù, di 49 anni. La donna ha però sempre sostenuto che si trattò di un incidente e che il marito le era caduto addosso mentre lei, piegata per raccogliere il cellulare di lui finito a terra, impugnava il coltello che doveva usare per tagliare l’anguria.

Scalas, durante il processo di primo grado (ma gli stessi concetti li ha ribaditi anche in appello) aveva elencato una serie di elementi che a suo dire portavano a ritenere con certezza che l’imputata avesse colpito il marito con il fendente.

Aveva parlato della conclamata crisi matrimoniale tra i due. Contestava, il pm, anche la ricostruzione della modalità di accoltellamento fatta dalla Orrù. E poi c’era quella frase che avrebbe detto alla figlia appena dopo la tragedia: «Vedrai che quando torna a casa (l’imputata era convinta che il marito sopravvivesse ndc) non me lo perdonerà mai». Il che presupponeva per l’accusa l’intenzionalità del gesto.

Il consulente di parte Francesco Paribello, incaricato dagli avvocati difensori Agostinangelo Marras e Letizia Doppiu Anfossi, nella ricostruzione delle fasi drammatiche dell’accoltellamento aveva detto che era verosimile che la Orrù fosse piegata in avanti – mentre teneva il coltello tra le mani – nel tentativo di raccogliere da terra il telefono del marito e che quest’ultimo si fosse piegato a sua volta su di lei per impedirle di prendere il cellulare. Durante questa fase concitata il coltello avrebbe colpito Mario Loi.

Secondo invece Francesco Serra, consulente del pm Scalas, la profondità della lesione (10 centimetri) avrebbe avvalorato la tesi dell’accoltellamento volontario che avrebbe poi provocato lo choc emorragico, causa della morte. Dello stesso avviso i giudici d’appello che parlano di un colpo inferto dalla Orrù «in una regione vitale, utilizzando un robusto coltello e con violenza tale da procurare nella vittima (del tutto disarmata) la discontinuazione della cartilagine della terza costa, attraversare il polmone e proseguire in profondità sino al pericardio e terminare, tagliandolo, a livello del bulbo aortico: indice univoco dell’intento omicidiario e non semplicemente lesivo». Si soffermano poi sull’elemento psicologico della Orrù e riconoscono nella sua condotta «la forma meno grave del dolo, ossia quello eventuale».

La disperazione che la donna mostrò dopo essersi resa conto di quanto aveva fatto «non può essere interpretata – si legge sempre nelle motivazioni – quale segno dell’assenza della volontà omicidiaria, come ritenuto dai primi giudici». Se anche i rapporti tra i due erano tesi «vi era comunque una comunanza di vita di oltre vent’anni ed era padre dei suoi figli. Naturale quindi che, svanito l’impeto omicidiario, che può durare anche un attimo, sia sopraggiunto il dolore e la disperazione per quanto appena commesso». Ora la difesa valuterà se intraprendere la strada del ricorso in Cassazione.

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