I CALCI AL PALLONE E QUELLI ALLA PLAY
Calci a un pallone? Meglio la Playstation!!!! Lo spirito che mi piacerebbe ispirare nei lettori allenatori, l’ ho sentito dichiarare da un mister, con 40 anni di esperienza, che si vantava con me di...
Calci a un pallone? Meglio la Playstation!!!!
Lo spirito che mi piacerebbe ispirare nei lettori allenatori, l’ ho sentito dichiarare da un mister, con 40 anni di esperienza, che si vantava con me di non aver mai perso un atleta fino ai 19 anni, età in cui per scelte di vita, anche universitarie, i suoi agonisti si sono trasferiti: «Oggi gli istruttori e gli allenatori non capiscono quanto siamo fortunati rispetto agli insegnanti, perché a scuola i ragazzi ci devono andare, in piscina ci vogliono venire».
Continuando il ragionamento inziato nell’articolo della scorsa settimana le cause del Drop-out (dall’inglese cadere fuori), dell’abbandono dello sport giovanile possono riassumersi in quattro grandi aree.
Psicologica. La prima è quella psicologica. Lo sport è ripetizione, se proposto senza variazione e divertimento può comportare una sostanziale perdita di interesse per la pratica e la competizione.
Richiede al praticante sacrificio e costanza, spesso togliendo tempo per le altre attività sociali. Inoltre può capitare che i bisogni prioritari dell’atleta non siano più soddisfabili nella pratica di quello specifico sport.
Sistemico-relazionale. C’è poi l’area che possiamo definire come sistemico-relazionale.
Il mondo delle relazioni che la pratica sportiva comporta, a volte può generare frustrazione negli atleti: difficoltà nel rapporto allenatori-genitori, rapporto allenatore-atleta, mancanza di coesione tra i componenti del gruppo, fino ad arrivare a problematiche più serie tra pari come bullismo e mobbing da spogliatoio.
Socio-culturale. La terza è quella socio-culturale. Apparteniamo alla cultura del tutto e subito: smart-phone in prima elementare, il calcio che si impara prima con FIFA alla play station senza una palla vera….
Mi è capitato di portare avanti alcuni progetti di alfabetizzazione emotiva attraverso il movimento in alcune scuole elementari del sassarese e sono rimasto sconcertato da quanti bambini non sappiano correre e tirare un calcio ad un pallone.
Insomma in una realtà come questa l’impegno in un’attività sportiva che non paga immediatamente è un po’ astorico.
Sport praticato. C’è infine quella che riguarda lo sport praticato.
Capita che l’atleta riconosce di non essere dotato per quello specifico sport o non essere più disposto a misurarsi per evitare le sconfitte o le file in panchina.
Oppure pratica uno sport iper specializzato che richiede una frequenza altissima e una cura ossessiva di variabili collaterali come l’alimentazione. Tutto questo spesso avviene in età molto precoce tanto che l’atleta non riesce a reggere tali pressioni.
Arrivederci alla prossima puntata della rubrica che troverete in edicola con il quotidiano La Nuova Sardegna sabato 25 giugno.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
SCRIVI ALLO PSICOLOGO
DELLO SPORT
movimenti@lanuovasardegna.it
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google