Gli ostelli inglesi e quei ragazzi europei testimonial anti-Brexit
Al centro di Bristol, tra le case vittoriane e i pub della vecchia Inghilterra, dentro un ostello affollato e odoroso, potrete trovare un pezzo di quell'Europa giovane e multiculturale che è fatta di...
Al centro di Bristol, tra le case vittoriane e i pub della vecchia Inghilterra, dentro un ostello affollato e odoroso, potrete trovare un pezzo di quell'Europa giovane e multiculturale che è fatta di persone, non di burocrazia. Il viaggiatore che dovesse calcare quella moquette, si troverebbe in un luogo dove si può ascoltare una sorta di spanglish come se fosse la Florida, dove le facce delle ragazze e dei ragazzi raccontano di futuro, speranza, voglia di migliorarsi. Sardi, andalusi, bretoni, siciliani, spesso con una laurea in tasca o l'esperienza di un mestiere, trovano in ostelli come questo la loro prima casa nel Regno Unito. Sono qui per provarci, per crederci a quell'idea tutta europea di mobilità e diritto del lavoro su un intero continente. Nella cucina al pian terreno, non sono solo gli odori delle diverse pietanze a mischiarsi, ma gli accenti e le informazioni su come ottenere il codice fiscale o aprire un conto in banca; tutti sulla stessa strada con un percorso personale ma in fondo collettivo di integrazione e adattamento.
Questa migrazione dolce, fatta spesso da chi ha già vissuto all'estero ed è abituato a viaggiare, la si potrebbe raccontare con la storia di Marco, trentenne cagliaritano che lascia l'ostello alle quattro del mattino per lavorare in aeroporto, o con i sogni giovani di Giacomo che è rientrato dall'Australia o con il sorriso spagnolo di Ana, che ha raggiunto qui suo fratello. In quella storia, in quei sogni, in quel sorriso ci possiamo trovare tutta l'energia di questa Europa, tutta la voglia di migliorarsi della sua gente, tutto l'antidoto alla depressione delle crisi economiche che l'hanno devastata.
In strada, subito oltre la porta, inizia l'Inghilterra, quel paese straordinario che ha mandato a morte il re prima dei francesi, la terra di Newton e di Shakespeare, di Darwin e di Chaplin, dove le donne cominciarono le loro battaglie e dove in qualche modo iniziò quella che usiamo chiamare modernità. Nonostante i costi proibitivi delle sue città e i perenni cieli nuvolosi, oggi più che mai il Regno Unito è un paese attrattivo, dove i giovani vogliono andare e i discorsi sanno di futuro. Ma questa ricchezza di possibilità, questa energia che assorbe la meglio gioventù del vecchio continente, non è priva di contraddizioni. Era il 1973 quando il Regno Unito fece il suo ingresso nell'Ue, poco prima che la Thatcher diventasse premier rimanendo a Downing Street fino al 1990 e ora i cittadini britannici sono chiamati a giudicare quella storica decisione, divisi tra la paura di un salto nel buio e quella di non controllare l'immigrazione.
Seppure il premier conservatore Cameron, l'intero partito laburista, i più prestigiosi quotidiani, i poteri forti della finanza, siano schierati per il Remain, l'elettorato appare drasticamente diviso a metà. Ancora una volta l'Europa rappresentata dalle istituzioni pare essere solo l'Europa delle istituzioni, non mostrandosi convincente per una gran parte dei cittadini. Ma se dovessimo dare valore anche a qualcosa diverso dal denaro, non potremmo ignorare la ricchezza di quei giovani che affollano gli ostelli britannici.
Una ricchezza fatta non solo di forza lavoro, ma di idee che maturano, lingue che si apprendono, di amicizie. Una ricchezza che come sangue circola fino ad arrivare ai più lontani capillari, portando un po' di tutta quell'Europa multiculturale tra le province mediterranee, nelle città slave e anche nella nostra Sardegna dove troppo spesso si parla solo al passato.
*Architetto
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