Stalking e lesioni, condannato un 62enne
Due anni e 6 mesi la pena inflitta. Aveva anche minacciato di gettare dal cavalcavia la ex compagna
SASSARI. Una condanna a due anni e sei mesi più 3500 euro di provvisionale alla parte civile. È questa la pena inflitta dal giudice Marina Capitta a un 62enne sassarese finito a processo per atti persecutori, lesioni, maltrattamenti, minacce, violenza privata, violazione di domicilio, appropriazione indebita. Reati che avrebbe commesso nei confronti di due donne, ma solo una delle vittime si è costituita parte civile nel processo.
Un giorno le puntò al collo un paio di forbici dicendole che le avrebbe tagliato l’orecchio, un altro la costrinse a scendere dalla macchina e la trascinò fino a farla sporgere da un cavalcavia chiedendole se l’altezza era sufficiente per fare un volo. Sono solo alcune delle contestazioni elencate nella richiesta di rinvio a giudizio. Tutti reati “collezionati” in anni di convivenza con le due donne e ricordati in udienza dal procuratore Gianni Caria che al termine della sua discussione aveva chiesto per l’imputato una condanna a tre anni di reclusione.
Le vittime avevano raccontato di una relazione fatta di percosse, paure e di pesanti minacce nel momento in cui – una in particolare – aveva deciso di lasciare quel compagno così violento. Aveva scelto di andarsene dalla casa nella quale convivevano e aveva preso in affitto un altro appartamento, «ma lui aveva forzato il portone d’ingresso» ed era riuscito a entrare in casa.
La prima convivente – che nel processo non si è costituita parte civile contrariamente a quanto fatto dalla seconda che è assistita dall’avvocato Marcello Loriga – un giorno era stata minacciata dall’uomo con un paio di forbici. Accecato dalla rabbia, gliele aveva puntate sul collo e l’aveva minacciata: «Ti taglio un orecchio». Un’altra volta aveva fermato l’auto sulla quale viaggiavano e l’aveva fatta scendere con la forza trascinandola fino alla ringhiera del cavalcavia. Era andata al pronto soccorso per farsi medicare.
L’avvocato della difesa, Paola Bellu, nella sua arringa aveva spiegato che quel certificato in realtà non dimostrava le violenze in quanto «la distanza temporale» tra il presunto episodio e la visita medica sarebbe stata troppo lunga. Così come il referto psichiatrico: «Come è possibile dimostrare – aveva detto il legale – che il malessere psicologico non fosse antecedente alla conoscenza dell’uomo e determinato da altra causa?».
Ma il giudice ha condannato l’imputato (per alcuni dei reati contestati). (na.co.)
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