Se la scaramanzia potenzia la fiducia negli sportivi
La scorsa volta parlavamo di controllo sull'ambiente dello sportivo e in particolare di superstizioni e riti scaramantici. Ne ho sentite e viste tante, si potrebbe scrivere un libro non un articolo....
La scorsa volta parlavamo di controllo sull'ambiente dello sportivo e in particolare di superstizioni e riti scaramantici. Ne ho sentite e viste tante, si potrebbe scrivere un libro non un articolo. Da sportivi che in gara riascoltano la stessa canzone a ripetizione, che non cambiano la biancheria intima, a sacche chiuse dalla stessa persona, a persone che viaggiano con una valigia in più per gli amuleti (pupazzi, corni, ciucci, portachiavi...).
Un esempio su tutti, i riti pre-servizio di Nadal: si tocca l'orecchio, il naso, l'elastico della mutanda. Una vera e propria danza propiziatoria, tipo quella della pioggia.
Mi viene in mente una ricerca psicologica dall’articolo di Skinner, che ha fatto scuola, “Superstizione nel piccione”: in una gabbia c'è un piccione e un dispensatore di cibo temporizzato, non legato ad una levetta azionabile. Dopo poco l'uccello comincia a ripetere il comportamento, che casualmente compiva l’attimo prima che il dispenser offrisse il cibo. Per cui immaginate piccioni che muovono le ali o girano la testa aspettandosi di ricevere il premio.
Tutti comportamenti che evidentemente non rappresentavano la vera causa dell'evento voluto, perché non efficaci nella maggioranza delle occasioni. Nonostante ciò l'animale continuava a ripeterlo. E noi…animali evoluti, che in aereo non possiamo viaggiare nella fila 13 e 17, come se poi non esistesse la tredicesima e la diciassettesima fila di sedili.
Il processo di apprendimento alla base di questi riti è l'effetto Thorndike: «le risposte che producono un effetto soddisfacente hanno una maggiore probabilità di essere riprodotte in futuro nella stessa situazione». Ciò è alla base del comportamentismo e del motivo per cui educhiamo con il “bravo”. Ma funzionano le scaramanzie? Credo non si possa rispondere completamente a questa domanda, perché il risultato non è descrittivo della prestazione, quindi possono essere utilizzate per modulare il livello di attivazione per potenziare la fiducia in sè.
La mia esperienza è che quando chiedo agli atleti di pensare alla prestazione ottimale, non ricordano di aver svolto riti, ma erano focalizzati su altro. Un ricordo personale: mia mamma cucinava prima della gara lo stesso tipo di piatto a me e ai miei fratelli. Ai suoi piccioncini.
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