La Nuova Sardegna

Sassari

Morto al Civile, assolti cinque medici

di Nadia Cossu
Morto al Civile, assolti cinque medici

L’ex direttore generale dell’Atp, Gesuino Porcu, aveva tre vene ostruite ed era deceduto 5 anni fa per uno choc settico

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SASSARI. Era stato lo stesso pubblico ministero Paolo Piras a chiedere l’assoluzione dei cinque medici dell’ospedale Civile finiti a processo per omicidio colposo dopo la morte, nel 2011, dell’ex direttore generale dell’Atp Gesuino Porcu, di 69 anni. Sosteneva, il sostituto procuratore, che in quella circostanza ci fosse stata sì una “colpa” medica ma «nessuna prova del nesso causale tra le omissioni e la morte del paziente». Cioè a dire che se anche gli imputati avessero avuto una condotta «corretta» il paziente non per forza si sarebbe salvato.

Ieri mattina il giudice Michele Contini ha assolto Pietro Niolu (primario di Chirurgia, assistito dall’avvocato Paolo Zichi), Francesco Bandiera (primario di Medicina interna), Luisa Porcu, Gianluca Erre e Antonio Cicu (medici in servizio nel reparto di Medicina interna, i primi tre difesi da Nicola Satta e il quarto da Sebastiano Chironi). La formula dell’assoluzione: «Perché il fatto non sussiste», articolo 530 del codice di procedura penale, comma 2 (prova insufficiente o contradditoria). Tra 90 giorni le motivazioni.

Porcu il 10 gennaio del 2011 fu ricoverato in Chirurgia al Santissima Annunziata perché aveva forti dolori allo stomaco. Lì gli avevano diagnosticato una trombosi alla vena porta, che raccoglie il sangue dell’apparato digerente e lo convoglia al fegato «ma nessuno dei sanitari – aveva scritto l'allora pubblico ministero Roberta Pischedda – dava indicazione della necessità dell’intervento che, al contrario, veniva inopinatamente escluso». Il giorno successivo Gesuino Porcu era stato trasferito in Medicina interna «e nonostante le manifestate condizioni di sofferenza veniva sottoposto soltanto a trattamento con terapie antidolorifiche, anticoagulanti e antibiotiche». A quel punto le condizioni del paziente erano peggiorate ulteriormente. Il 4 febbraio Porcu venne trasferito in Rianimazione «e solo l’8 febbraio, quando era ormai in fin di vita, veniva sottoposto a intervento di laparotomia esplorativa», aggiungeva il pm. Ma l’intestino era in necrosi e infatti un’ora dopo l’operazione il paziente morì per uno choc settico.

All’epoca delle indagini, il consulente della Procura stabilì che quella precipitazione del quadro clinico fu in qualche modo provocata dalla «condotta attendistica» dei medici, che avrebbero agito con «imperizia, negligenza e violando i protocolli operativi». Per questo i familiari della vittima si erano affidati al legale Stefano Porcu attraverso il quale si erano costituiti parte civile.

Gli avvocati difensori, nelle loro arringhe, avevano invece sostenuto con forza che i medici seguirono tutti i protocolli e somministrarono la giusta terapia a Gesuino Porcu: l’eparina, anticoagulante. I loro consulenti spiegarono inoltre che, al contrario di quanto sostenevano le parti civili, «nessun intervento sarebbe stato possibile dal momento che il paziente aveva tre vene ostruite. Vene, non arterie...». Oltretutto, uno dei medici imputati – Cicu – visitò il paziente una sola volta durante un turno di guardia interdivisionale (non lavorava per quel reparto). Il pm Piras al termine della requisitoria riconobbe l’esistenza di una condotta negligente da parte dei medici ma non rilevò il nesso di causalità con la morte. «Se fossimo davanti a un giudice civile, dove basta la probabilità, non avrei dubbi nell’individuare la responsabilità – aveva detto – ma davanti al giudice penale ci vuole la certezza oltre ogni ragionevole dubbio».

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