Darsena dei veleni, parlano i difensori: «Non ci sono prove»
SASSARI. Un giorno e mezzo per tentare di smontare il castello di accuse costruito dalla Procura della Repubblica. Tanto è durata la discussione del pool difensivo nel processo per la darsena dei...
SASSARI. Un giorno e mezzo per tentare di smontare il castello di accuse costruito dalla Procura della Repubblica. Tanto è durata la discussione del pool difensivo nel processo per la darsena dei veleni di Porto Torres.
«Perché sussista il reato di disastro ambientale ci deve essere la prova di un pericolo concreto per la salute pubblica. E qui non c’è». Concetto chiave dell’arringa dell’avvocato Carlo Federico Grosso durante il rito abbreviato che vede imputati i vertici di Syndial e Polimeri Europa per disastro ambientale colposo e deturpamento delle bellezze naturali. Nell’udienza di mercoledì scorso il pubblico ministero Emanuela Greco al termine della requisitoria aveva chiesto una condanna a tre anni di reclusione per Alberto Chiarini, Francesco Papace, Oscar Cappellazzo, Gian Antonio Saggese e Francesco Leone (Syndial) e l’assoluzione per Daniele Ferrari, Paolo Zuccarini e Daniele Rancati (Polimeri) perché il fatto non sussiste.
Lunedì mattina la parola è passata agli avvocati della difesa Grosso, Piero Arru, Mario Maspero, Fulvio Simoni, Luigi Stella e Grazia Volo. Ha iniziato proprio Grosso con l’analisi dettagliata, codice penale alla mano, del reato di disastro ambientale: «Non c’è alcuna prova che ci siano state conseguenze per la salute delle persone, l’articolo del codice penale non si riferisce a un pericolo astratto, deve essere accertata la effettiva e concreta pericolosità». Si è concentrato invece più su temi tecnici il collega Luigi Stella che ha spiegato come i consulenti arrivati dall’America abbiano dimostrato il perfetto funzionamento della barriera idraulica “sotto accusa”. L’avvocato Maspero, invece, ha analizzato davanti al giudice Antonello Spanu i documenti prodotti dal pubblico ministero all’ultima udienza, il legale li ha definiti «ininfluenti ai fini del processo, considerato che erano già dentro il fascicolo». E in particolare l’indagine epidemiologica contenuta nel dossier “Sentieri” che, a detta del legale, «si riferisce alla totalità dei siti petrolchimici».
Nella sua richiesta di condanna per i dirigenti Syndial, il pm Greco non ha ritenuto di riconoscere le attenuanti generiche in quanto gli imputati «non avrebbero ottemperato in maniera adeguata alle prescrizioni imposte per scongiurare lo sversamento in mare di sostanze inquinanti», nella fattispecie benzene. «Non c’è stata alcuna condotta omissiva – ha replicato a proposito l’avvocato Simoni – e non ci sono prove del fatto che gli imputati non avessero attivato tutte le misure opportune».
La mattinata del secondo giorno interamente dedicata alla discussione dell’avvocato Piero Arru che ha spiegato come quella del rito abbreviato sia stata «una libera scelta degli imputati perché l’accusa era sfornita totalmente di prove». Arru ha definito «devastante per l’accusa l’incidente probatorio». La “debolezza” della tesi della Procura, secondo il legale sarebbe emersa anche nel momento in cui il primo pm – Paolo Piras – «chiese un secondo incidente probatorio ma la richiesta fu rigettata. Poi il fascicolo è passato alla Greco che nell’ultima udienza ha ritenuto necessario produrre nuovi documenti, risultati ininfluenti».
Ritenendo, con queste argomentazioni, di aver «demolito l’ipotesi accusatoria», gli avvocati hanno chiesto per tutti gli imputati l’assoluzione «perché il fatto non sussiste». Repliche e sentenza il 22 luglio. (na.co.)
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