Ex detenuta ottantenne di Sassari piazza la tenda in riva al mare
Elsa Soggia, protagonista negli anni Ottanta del processo all’Anonima Sequestri, ha scontato vent’anni di reclusione. La donna ha rifiutato l’ostello
SASSARI. Elsa Sotgia ha quasi 80 anni ed è ostaggio di un passato che non si rimargina. Ha le labbra carnose e i capelli corti appena mechati. La voce graffiata dalle sigarette e una calma raggelante. È arrivata a Platamona sprofondando nella sabbia della vita. Negli anni '80 è stata tra i protagonisti dell’Anonima sequestri sarda e ora vive da clochard accampata in una tenda davanti alla macerie della Rotonda. I servizi sociali le hanno offerto un ostello ma lei non ha intenzione di spostarsi perché le sembra di rivivere i vent’anni passati in carcere. Nei giorni scorsi qualcuno ha squarciato la sua tenda per portare via qualche straccio e pochi spiccioli.
L'esistenza di Elsa Sotgia è un noir che non è stato ancora scritto. Ha avuto tre vite. Nella prima abitò quasi cinquant’anni: aveva un lavoro onesto, un marito e tre figli. Nella seconda, invece, tutto era oscuro. Intorno agli anni ’80 è tra i protagonisti dell’Anonima sequestri. Il destino, nella sua storia, si chiama Pupo Troffa. L’imprenditore sassarese sequestrato nel 1978 e liberato dopo 8 mesi di prigionia e un miliardo di lire di riscatto. Per lei, che al tempo era la compagna di Antonio Felline - l'imprenditore considerato dagli inquirenti il cervello della banda che in quegli anni mise a segno decine di rapimenti - l’amore fu lo spartiacque che la mandò a fondo. La
vicenda le costò vent’anni di carcere, anche se lei si è sempre dichiarata innocente. In carcere credeva di essere infrangibile fino a quando ha ingerito un pugno di tranquillanti. L’hanno salvata. E si è scoperta invincibile quando per 32 mesi di fila ha mangiato soltanto caramelle e cioccolatini: dovettero alimentarla a forza. La terza vita di Elsa è un lampo nell’abisso. Appena uscita dal carcere si mette alle spalle l’Anonima per vivere un vita anonima. Da clochard inizia il suo pellegrinaggio nei santuari del mondo. Nel 2008 finisce in Friuli, a Gorizia. E nelle scorse settimane è tornata nel Sassarese. Dove tutto è cominciato. Oggi Elsa Sotgia è la vedetta di Platamona. Nota tutto, ricorda tutto. Sa quando e come vengono svuotati i bidoni della spazzatura; il grado di pulizia dei bagni chimici; gli orari che fa il locale vicino. Conosce le coppie che si appartano al tramonto davanti al mare. Ha montato tende e ombrelloni a pochi passi dalle macerie della Rotonda.
«Ricordo il giorno che sono arrivata - racconta la donna - c'era la commissione che discuteva su chi doveva pagare i danni per ricostruire la Rotonda. Alcuni muratori parlottavano tra loro: avrebbero voluto fare loro i lavori». Da poco ha avuto un infarto ed è finita in ospedale. «Non sono venuta qui per fare un giro a Platamona - dice Elsa Sotgia -. Sono rimasta ricoverata in ospedale per molto tempo e il medico mi ha consigliato di andare al mare». I vigili urbani hanno provato a mandarla via ma lei non ha intenzione di muoversi. All’ostello del Comune non ci vuole andare perché gli orari del check-in le stanno stretti come una prigione: «Ai servizi sociali di Sassari conoscono tutta la mia storia. Mi hanno dato un documento per entrare nell’ostello di via Maddalena, ma non ci vado manco morta».
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