Sassari, la preside pone fine alla lite per il campo di calcio
La Spanedda parla della lite tra ragazzini, mamme e migranti nel playground di via Manzoni: «Il campetto è di tutti, anche dei migranti»
SASSARI. Ce ne fossero di direttori scolastici così. Che non considerano il campo di calcio della scuola alla stregua del proprio giardino di casa, che non mettono lucchetti ma anzi levano cancelli e sbarre, che aprono gli spazi pubblici al quartiere e che quando vedono trenta migranti che giocano a pallone, sorridono e fa il pieno di buon umore.
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Ora l’istituto comprensivo Monte Rosello alto è un po’ nell’occhio del ciclone, e alla preside Rita Spanedda tutti questi riflettori non piacciono. «Vabbè, vuole sapere che penso di ciò che è successo ieri? Ora glielo dico». È successo che una trentina di migranti ospitati in quell’edificio lager di via Planargia hanno deciso di sfruttare l’unico svago che questa città gli concede: una partita di calcio nel campetto di via Manzoni. Ma a un certo punto è arrivato un gruppo di ragazzini del quartiere, scortati da una mamma, che hanno preteso di subentrare nel campetto esercitando il diritto del chilometro zero: quei campetti sono stati realizzati per i sassaresi e per chi frequenta la scuola. «La verità – spiega Rita Spanedda – è che dentro la recinzione scolastisca, quando l’istituto è chiuso, non potrebbe entrare nessuno. Ma io non mi sento di privare questo quartiere di uno spazio così prezioso. Perciò di fronte a quella sbarra rimossa, io chiudo un occhio. E rimuovo anche il cancelletto interno». Quindi quando i vigili urbani l’hanno convocata per fare da arbitro alla disputa, in quanto depositaria di un presunto regolamento interno alla scuola, a lei non è rimasto che fare spallucce: «L’unica regola dei campetti è il buon senso, l’amicizia, la tolleranza reciproca e in questo caso l’integrazione». E poi dice: «Figuriamoci se sono io a sbattere fuori questi poveretti dei migranti. A me vederli giocare oltrettutto piace. E siccome avevo ricevuto diverse lamentele, mi sono soffermata un paio di sere. Sapete cosa ho scoperto? Che sono anche educati, e che non hanno mai gettato per terra neanche una bottiglietta, anche perché non hanno nemmeno l’acqua. Chi sporca sono i ragazzini maleducati sassaresi, e fanno danni, distruggono le reti. E per me sarebbe più semplice chiudere tutto come fanno tanti e risparmiarmi molti grattacapi. Ma preferisco far pulire, riparare e raccogliere l’immondizia e mantenere aperto un luogo di aggregazione e, spero, di integrazione».
Sorride: «La cosa singolare è che le più agguerrite e rompiscatole sono le nonne, quelle che vanno a pregare nella chiesa di fronte. Recitano il Padre Nostro e poi vengono da me a lamentarsi per questa invasione di extracomunitari, dando un pessimo esempio ai loro nipoti. Ragionano per contrapposizione, come molti genitori d’altronde. A loro tutto e a noi niente. Come se i migranti togliessero il pane di bocca a qualcuno. Poi invece vai a vedere le classi, e scopri che l’integrazione tra i bambini, quando non ci sono gli adulti a rovinare il clima, funziona a meraviglia. E la mia scuola è uno splendido laboratorio di integrazione».
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