PARLIAMONE - Donne nell'inferno del web, in memoria di una vittima invisibile
La storia di una ragazza che aveva un fidanzato e un lavoro. Mesi dopo aver lasciato il fidanzato, scoprì che lui aveva messo in rete un video dove loro due facevano l'amore con un titolo infamante. Tutto il paese l'aveva visto e lo scherno seppellì lei e la sua famiglia. Poi la giovane è morta, di malattia. Lui non è stato punito per quello che ha fatto né si è vergognato di averlo fatto
SASSARI. Il suo paese non fece fiaccolate per lei. Al contrario, si accomodò davanti agli schermi per gustarsi lo “spettacolo” con risate di scherno. Non si sa se qualcuno si vergognò di quella gogna. Ora non importa, lei non c’è più.
Lei era una ragazza come tante, aveva un lavoro e un ragazzo che amava. Lui la tradì divulgando, dopo che lei lo aveva lasciato, un video con un titolo che la sfregiava. Poche immagini sgranate in cui loro due facevano l’amore, quando ancora lei pensava che quello fosse amore. Lei lo seppe dopo qualche mese e quel video l’avevano già visto tutti. Venne in redazione e piangeva, non per se stessa ma per suo padre che non usciva più di casa e per sua madre che non andava più a fare la spesa nel solito negozio per evitare di incrociare gli sguardi di falso compatimento delle altre madri. Disse che si sentiva impotente perché la Rete era più forte di tutto. Raccontò con parole semplici la sua dignità seppellita da quelle risate cattive, disse che nessun risarcimento avrebbe mai ripagato il tormento e la rabbia suoi e dei suoi cari, spiegò che non voleva che capitasse ad altre ciò che era successo a lei.
Una magistrata l’aveva capita e aveva aperto una inchiesta, la polizia postale aveva cercato di eliminare il video che imperversava su un social network. «Ma tanto è tutto inutile _ fu il suo commento _ l’hanno già scaricato tutti. E anche quelli che non l’hanno fatto, l’hanno visto». Aveva ragione. Il dolore le aveva tolto il sorriso ma era una giovane donna forte.
Morì dopo qualche anno, senza vedere l’inizio del processo. I tempi della malattia che si accanì con il suo corpo, quasi quanto chi aveva fatto del male alla sua anima, furono molto più rapidi di quelli della giustizia. Lui all’udienza preliminare se la cavò, anche per la prematura uscita di scena della sua accusatrice, e quindi almeno le fu risparmiato lo spettacolo di un uomo che per difendersi rivolta la vita della vittima come un calzino sporco e la ferisce con parole che sono rasoiate. Non è stato punito per quello che ha fatto ma quel che è peggio non si è neppure vergognato per averlo fatto.
Oggi, leggendo le storie di altre donne tradite da uomini e violentate attraverso la Rete, donne morte per la vergogna, donne costrette a scappare, lei sarebbe forse ancora più arrabbiata. La sua storia doveva essere di monito, disse una volta, per far capire alle ragazze che c’è qualcosa di più forte dell’amore per un’altra persona. Quella cosa si chiama consapevolezza di sé e si declina ogni giorno con le scelte che fai, il bene che ti vuoi, la passione che metti nella difesa della tua libertà, la solidarietà delle altre donne che a lei era mancata. Ed era, questo, causa di ulteriore sofferenza.
Non l’ha uccisa quel video e neppure quelle parole infami scagliatele contro, non l’hanno uccisa le risate cattive dei suoi compaesani. L’ha uccisa la malattia ma è difficile, se non impossibile, non associare il male fisico alla violenza psicologica che ha dovuto subire. Un abuso che ha intaccato le difese immunitarie più profonde, ha scardinato i meccanismi di un organismo che stava combattendo una battaglia durissima e che si trova impreparato davanti alla guerra. È difficile non credere che questa ragazza di Sardegna abbia cominciato a morire nel momento stesso in cui quel video è finito nella Rete.
Lei è una delle tante vittime invisibili che vengono dimenticate troppo presto e che invece non bisogna dimenticare. La sua storia deve essere di esempio per tutte le altre che non l’hanno conosciuta e non hanno potuto aiutarla a uscirne a testa alta.
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