Dal graffito di un pellegrino la storia della basilica di Bisarcio
Lo studioso Gian Gabriele Cau ha scoperto un’epigrafe dalla quale emergono particolari interessanti Nella scritta i nomi di un vescovo e di un maestro del cantiere e la datazione di galilea e campanile
OZIERI. Un nuovo interessante ritrovamento arricchisce il fascino della basilica medievale di Sant’Antioco di Bisarcio e ne impreziosisce la storia plurisecolare: un graffito lasciato da un pellegrino oltre otto secoli fa dal quale emergono il nome di un vescovo, Pietro, sconosciuto nella cronotassi ufficiale, e quello di un maestro, Paolo, che operò nel cantiere, ma anche la data di costruzione della galilea e della torre campanaria della basilica, il 1190/95.
Autore della scoperta e lo studioso Gian Gabriele Cau, che negli anni ha fatto emergere altri importanti ritrovamenti e che si accinge a pubblicare questo ultimo sul 50esimo numero del semestrale Sardegna Antica.
Il graffito si trova su una parete della cappella episcopale della galilea (il portico a due piani del tempio) di Bisarcio ed è situato all’interno di un’epigrafe cruciforme grande circa 2 metri per due. Oltre a riportare dei nomi inediti, essa registra, forse per la prima volta, l’uso della numerazione arabica in Sardegna: fatto che documenta l’aggiornamento dello scrivano, certamente pisano quantomeno per formazione culturale, sul nuovo sistema di calcolo, appena sette anni prima dell’edizione, nel 1202, del Liber Abaci di Leonardo Fibonacci, anche lui di Pisa. Una scoperta straordinaria, quindi, che come spiega lo studioso «riferisce interessanti notizie sulla costruzione del strutturato portico a due piani dello stesso tempio, la cosiddetta galilea, con una cappella al piano superiore, con vista sull’altare maggiore».
L’iscrizione rinvenuta, destinata a porre ordine tra le differenti posizioni riguardanti la datazione della costruzione delle diversi parti della chiesa, è tracciata a sgraffio sulla parete settentrionale della cappella episcopale, al di sopra della nota epigrafe consacratoria della cappella episcopale (post 1190), ad una quota tra i 0,73 e i 2,77 metri dal suolo, la stessa, e questo è un dato non trascurabile, in cui si registra solo l’epigrafe consacratoria del 1164.
Dice lo studioso auore dlla scoperta che la scritta « si estende con andamento altalenante su tre righe, tracciate su conci perfettamente squadrati di vulcanite locale, con una scrittura mista prevalentemente corsiva, solo in parte giustificata dalla più che probabile ripresa del testo epigrafico in tempi posteriori. Il ductus dell’incisione è, nella stesura più antica, di un tratto leggerissimo, appena percepibile a luce radente».
Ma ecco il testo dell’epigrafe: “Nel periodo 1190/95 mi fece queste cose il vescovo Pietro , e per queste maestro Paolo ampliò la cattedrale di Sant’Antioco martire della Chiesa di Cristo”. Chiesa rappresentata al margine estremo destro del patibolo, da un toro trafitto da due lance, emblema del Cristo immolato.
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