Dal magnetometro le tracce dei villaggi medievali scomparsi
Presentati gli studi condotti a Chiaramonti dall’Università Indagini a Orria Pithinna, Santa Giusta e San Giuliano
CHIARAMONTI. Quale futuro per i siti di Orria Pithinna, Santa Giusta e San Giuliano, un tempo sede di villaggi medievali poi abbandonati in territorio di Chiaramonti? E quali le possibilità di renderli fruibili alla comunità ma anche a un pubblico più vasto da un punto di vista turistico? Una possibile risposta può arrivare dalle ricerche archeologiche ma anche da più sofisticate indagini geofisiche.
I cui risultati sono stati presentati venerdì sera nella sala consiliare dal professor Marco Milanese, direttore del Dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione dell’ateneo sassarese, e dalla dottoressa Maria Cherchi, dottore di ricerca in Archeologia e cultore della materia in metodologia della ricerca archeologica, la quale ha condotto gli studi nei siti, argomento della sua tesi di dottorato, e sono già arrivati all’attenzione di un convegno internazionale in Spagna.
Dopo i saluti del sindaco Marco Pischedda e dell’assessore alla Cultura Maria Antonietta Solinas, il professor Milanese ha ripercorso un po’ le tappe di una collaborazione tra il Comune di Chiaramonti e il dipartimento di Storia e nasce dalla volontà condivisa «di lavorare per conoscere quello che c’è sottoterra, per far emergere e rendere disponibile un patrimonio sconosciuto anche se intuibile».
Milanese non ha celato le difficoltà, legate alla burocrazia, di ottenere le concessioni dei permessi per procedere con gli scavi e ha sottolineato «la necessità di sviluppare la consapevolezza comune che l’archeologia è un bene pubblico e si deve lavorare assieme per una conoscenza che possa far bene al territorio».
La dottoressa Cherchi ha illustrato l’utilità di metodi forniti dalla geofisica per studiare il sottosuolo. «La geofisica permette di vedere come una fotografia ciò che c’è sotto il terreno per studiare, tutelare e restituire alle comunità i siti indagati _ ha spiegato _. Gli studi vengono poi analizzati dall’archeologo che già conosce il territorio e che può quindi elaborare gli indizi che il territorio ci da».
Le campagne di prospezione sono state fatte con l’utilizzo del magnetometro, uno strumento in grado di restituire una interpretazione dei siti ma che può essere disturbato dalla presenza di elementi lasciati sul terreno. «Queste indagini hanno un basso impatto sul sito, praticamente nullo, perché niente viene toccato _ ha puntualizzato Maria Cherchi _. Sono state riscontrate delle somiglianze con il villaggio di Geridu nel territorio di Sorso ma con questo tipo di indagini siamo solo all’inizio».
Una metodologia che, assieme all’archeologia può raccontare molto del passato, e suggerire altrettanto per il futuro, di questa parte della Sardegna.
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