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Sassari, ottengono l’asilo politico ma finiscono per strada

di Luigi Soriga
Sassari, ottengono l’asilo politico ma finiscono per strada

L’odissea di dodici ex migranti somali: ottenuto lo status di rifiugiati sono stati sbattuti fuori dal centro di accoglienza. Da 7 giorni vivono sotto la tettoia della chiesa del Buon Pastore

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SASSARI. Il fallimento certificato delle politiche di accoglienza è tutto distillato in questa immagine.

C’è un freddo cane, l’inverno si è affacciato senza preavviso, e piovono giù secchiate d’acqua. Sotto la tettoia della chiesa del Buon Pastore, Monte Rosello Basso, ci sono dodici fagotti intirizziti, stretti l’uno all’altro per attivare un riscaldamento fatto di tepore umano. Dalle coperte e dai cappucci delle felpe spuntano dei volti fatti di grandi occhi. Sorridono, salutano, sono contenti che qualcuno si chini sul loro strano paradosso esistenziale. Sino a sei mesi fa erano migranti, fuggiti dalle pallottole della Somalia, anche se qualcuno ne porta tatuato sulla pelle il ricordo.

Ora invece sono uomini liberi, cittadini del mondo con in tasca lo status di rifugiato, dunque padroni del proprio destino. In verità ultimi erano e ultimi sono rimasti, ragazzi con la miseria prestampata nel dna: non è certo un foglietto della Questura o della Prefettura a regalare loro il lasciapassare per una vita agiata.

Sono uomini liberi e dunque devono arrangiarsi. Così recita la comunicazione firmata dal prefetto di Sassari. Il vostro periodo di “specie protetta” errabonda è terminata: vi sono stati concessi sei mesi di ospitalità nel centro di accoglienza di via Planargia, vi sono stati offerti gli strumenti per cavarvela da soli, quindi cortesemente liberate le stanze che c’è molta richiesta.

Il titolare del centro, per un po’ ha continuato a farli dormire per gentile concessione, dopodiché anche lui si è dovuto adeguare alle direttive. Quindi tutti per strada, a camminare con le proprie gambe.

In verità i dodici ragazzi somali di strada non ne hanno fatta poi tanta. Presente quegli animali abbandonati che continuano a ronzare spauriti e disorientati attorno alla casa dell’ex padrone? Hanno percorso trecento metri e hanno eletto a nuova abitazione la chiesa del Buon Pastore. Vicino c’è la questura, che è sempre un riferimento preciso quando non trovi la strada del ritorno. Ci sono i giardini con la fontana e con l’acqua. E ci sono i compagni di sventura del centro di accoglienza sempre pronti ad aiutarli. Tutte queste sono piccole certezze alle quali aggrapparsi. Perché purtroppo Abdi Wale, o Yahye e gli altri giovanissimi rifugiati, non parlano una parola di italiano, non conoscono la città, non hanno un soldo e non hanno la minima idea di cosa li aspetti là fuori. Se gli chiedi come vedono il futuro, la risposta è questa: «Non lo so. Ho i documenti ma non ho un lavoro e non so nemmeno come e dove cercarlo – dice Abdi Wale – non c’è un posto in particolare dove vorrei andare. Uno vale l’altro: basta che ci sia la possibilità di guadagnarsi da vivere. Qui in città non abbiamo alcun riferimento. Quando ci hanno sbattuto fuori da via Planargia, l’unica indicazione che ci hanno dato è stata: ci dispiace, dovete andare via. Perciò non abbiamo riferimenti, soldi e anche volendo non possiamo permetterci un biglietto per andare via». Liberi ma in gabbia. Con un futuro che per ora si estende in un raggio rassicurante di un chilometro quadrato, giusto l’abbraccio di uno spicchio di città. Il quartiere infatti li ha adottati: qualcuno ha cominciato a portare un materasso matrimoniale, altri delle coperte, e poi sono arrivati anche giubbotti e felpe contro l’umidità. Impossibile non vederli buttati per terra nel piazzale. E a girare la faccia ci vuole fegato. Le voci girano anche su Facebook, in molti si mobilitano. Le mamme cucinano qualche chilo di pasta in più, i giovani portano pizze e polpette. «I primi tre giorni siamo andati avanti a biscotti e acqua – racconta Yahye – poi la gente si è accorta di noi, è generosa e ci sta dando una mano».

C’è chi ha suggerito la mensa dei poveri, ma San Vincenzo è dall’altra parte della città. Abdi controlla Google maps sullo smartphone, ma la batteria si scarica non appena attiva il gps. Deve usarlo col contagocce, è l’unico contatto con i familiari in Somalia. «A tutti noi hanno ucciso qualche parente – dice Abdi tirando su la maglietta e mostrando il foro di una pallottola – laggiù o sei ricco e vai a scuola, o sei un talento e giochi a pallone: ma se sei povero e stai in strada, stai sicuro che fai brutta fine». Quindi non lo spaventa più nulla. Non ha paura di saltare nel vuoto. «Ciao my friend!», ti dice sempre col sorriso. E questo è il suo passaporto per la vita. Non teme nemmeno il freddo, anche se con questa umidità che inzuppa ossa, trema come una foglia. Tira giù il cappuccio, si raggomitola e rimbocca le coperte a quest’altra notte gelida.

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