Stroncato da un’overdose, assolti il medico del 118 e quello di base
Nel 2010 un 36enne morì dopo essersi iniettato una dose di eroina nella sua camera da letto L’uomo si riprese e il soccorritore andò via senza disporne il ricovero. Il perito: non c’è nesso causale
SASSARI. Assolti perché il fatto non sussiste. Scagionati dall’accusa di omicidio colposo perché, secondo il giudice Teresa Castagna, nulla avrebbero potuto fare per salvare la vita del 36enne Lorenzo Da Costa, ucciso da una overdose nella sua camera da letto. Per quel fatto erano finiti a processo Alessandro Marrosu, 57 anni, medico del 118, e Giovanni Pirisino, di 61, il medico di base.
Per capire le ragioni dell’indagine nei loro confronti e del successivo rinvio a giudizio bisogna fare un passo indietro al 27 settembre del 2010 quando il 118 interviene in un appartamento, su richiesta di una donna che aveva trovato suo figlio a letto, incosciente, con due fori da siringa su una mano e nell’incavo del gomito. Poco lontano c’è un laccio emostatico e una siringa vuota. Sembra chiaro che l’uomo si sia iniettato una dose di eroina, tanto che il medico lavora di contrasto, con un farmaco antagonista degli oppiacei. Il paziente sembra sentirsi meglio, riprende conoscenza. E Alessandro Marrosu, il medico del 118, dopo mezz’ora se ne va. Poche ore dopo, Lorenzo Da Costa muore a causa di una crisi respiratoria. La mattina successiva la madre può solo chiamare il medico di famiglia Giovanni Pirisino, che constata il decesso, e il necroforo, che porta via il corpo del figlio, non prima di aver avvisato i carabinieri. Perché Da Costa, stando alla ricostruzione della magistratura, forse avrebbe potuto essere salvato, se solo fosse stato portato in ospedale «affinché fosse tenuto in osservazione per almeno 24 ore». È quanto contestava la Procura al medico che quella sera visitò il trentaseienne senza disporne però il ricovero. Marrosu, secondo l’accusa, non avrebbe garantito al paziente «adeguata sorveglianza di tipo ospedaliero e un idoneo trattamento farmacologico».
Oltre a Marrosu, davanti al giudice è finito anche il medico di base che firmò il certificato col quale attestò la morte. Giovanni Pirisino, era chiamato a rispondere di un’altra ipotesi di reato, quella di omissione di referto. Secondo la Procura, cioè, Pirisino avrebbe dovuto capire che Da Costa era morto di overdose, a causa cioè di una sostanza che verosimilmente gli era stata venduta da qualcuno, uno spacciatore. E quella cessione, già di per sé reato, in realtà ha poi causato un altro fatto, la morte come conseguenza dello spaccio.
Il processo è giunto ieri alla fase finale con la requisitoria del pm Paolo Piras (che ha chiesto un anno e 3 mesi per Marrosu e l’assoluzione per Pirisino), la discussione degli avvocati delle parti civili Franca Lendaro e Anna Ganadu e quella dei legali difensori Rita Dedola e Francesco Marongiu per Marrosu e Mariano Mameli per Pirisino.
In dibattimento sono stati messi a confronto i due consulenti del pm – Vindice Mingioni e Rita Celli – data la divergenza delle loro perizie. Da una parte Mingioni riteneva che i rilievi di natura tossicologica portassero a ritenere che Da Costa, dopo l’intervento del medico del 118, si fosse iniettato una seconda dose di sostanza stupefacente mezz’ora prima della morte, dall’altra la Celli escludeva tale ipotesi. Il giudice ha quindi nominato un proprio perito – Roberto Demontis – che ha ritenuto possibile che ci sia stata una seconda iniezione di eroina poco prima del decesso e ciò lo portava ad escludere il nesso causale tra la condotta del medico e la morte sopraggiunta. Gli avvocati Lendaro e Ganadu hanno messo l’accento sul fatto che la vittima non fosse un tossicodipendente come inizialmente era stato prospettato, né facesse uso di droga. «Era un giovane serio, sensibile ed educato che attraversava un periodo di profonda depressione a causa della morte del proprio anziano genitore al quale era molto legato». Ora si attendono le motivazioni della sentenza.
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