La Nuova Sardegna

Sassari

PARLIAMONE: I sette millimetri tra la vita e la morte di uno studente

di Daniela Scano
L'ingresso dell'Iti Angioy
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L'ingresso dell'Iti Angioy

Dubbi e polemiche sulla  sicurezza nelle scuole dopo l’incidente del ragazzo trafitto da una scheggia di vetro che gli ha sfiorato il cuore

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SASSARI. E' di sette millimetri lo spessore medio del telaio di un doppio vetro. E di sette millimetri è la distanza tra il cuore di uno studente e una scheggia conficcatasi nel suo torace dopo una banale caduta a scuola, su una porta a vetri andata in frantumi perché non aveva i doppi vetri come prevede la legge. La gravità dell’episodio spiega l’esasperata indignazione dei dirigenti scolastici che si sono stretti intorno alla collega dell’Itc Angioy che ha denunciato l’accaduto. È l’angoscia di donne e uomini della scuola che conoscono le insidie e le carenze che si annidano negli istituti che dirigono. Dirigenti statali mossi dalla preoccupazione ma anche dalla rabbia impotente. Perché oltre vedere qualcuno a cui tengono farsi male, rischiano anche di pagare per colpe che non hanno.

Dopo avere riaccolto a scuola il ragazzo convalescente, la dirigente Maria Giovanna Oggiano ha scritto una lettera aperta per denunciare una situazione intollerabile. La preside dell’Iti ha spiegato con parole inequivocabili che le conseguenze di quel banale incidente non sono state causate dalla fatalità. Quella vetrata e tutte le altre di accesso all’istituto, il più grande della città, per legge dovrebbero essere antisfondamento e non lo sono. Questo vale all’Itc Angioy e in tutte le scuole costruite prima che entrassero in vigore le norme che impongono i doppi vetri.

Le cause di questa situazione sono note: mancanza di fondi pubblici, il patto di stabilità che frena gli enti locali proprietari degli edifici scolastici, l’inettitudine di qualche amministratore e di qualche tecnico. Mettere in sicurezza le vetrate dell’Itc Angioy costerebbe più di duecentomila euro: non è stato ancora fatto perché non ci sono soldi. Il confine tra la vita e la morte non è più un doppio vetro, ma la distanza tra la punta di una scheggia e il cuore di un diciassettenne. Sette millimetri, appunto.

La preside ha ragione ad alzare la voce per pretendere che lo Stato investa soldi per la sicurezza dei ragazzi. E ha doppiamente ragione, se si pensa alla situazione paradossale che si sarebbe verificata se quel ragazzo fosse morto in seguito all’incidente. Chi sarebbe stato processato se la punta di vetro fosse andata un po’ più in profondità? Chi è, secondo lo Stato, il responsabile della sicurezza dei bambini e dei giovani che vanno a scuola?

La Procura della Repubblica avrebbe aperto d’ufficio una inchiesta per omicidio colposo e, per eseguire tutti gli atti non ripetibili, si sarebbe affrettata a iscrivere indagati nel registro apposito. Il primo nome che sarebbe stato iscritto sarebbe stato proprio quello della dirigente scolastica. Il decreto legislativo 81 del 2008, che attua la legge 123 del 2007 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro equipara, infatti, il dirigente scolastico al datore di lavoro. Questo vale per tutti i dirigenti di edifici pubblici: tribunali, catasto, scuole, università. Il rappresentante dello Stato, che dello Stato è un dipendente, diventa scudo umano dello Stato. E rischia di essere indagato, fino a prova contraria, per le carenze e le omissioni dello Stato. è come se la preside fosse la titolare di un’azienda e gli studenti i suoi dipendenti. Con la non trascurabile differenza che un imprenditore ha (o dovrebbe avere, altrimenti devechiudere battenti) le risorse finanziarie per fare ciò che lo Stato gli impone di fare con una legge di oltre 400 pagine. Si tratta di 21 obblighi tra cui quello di «adottare le misure per il controllo delle situazioni di rischio in caso di emergenza e dare istruzioni affinché i lavoratori, in caso di pericolo grave, immediato ed inevitabile, abbandonino il posto di lavoro o la zona pericolosa». Il dirigente scolastico invece non ha le risorse economiche per «adottare le misure». Può segnalare, rivendicare, minacciare, implorare, ma non può “fare”.

Nei bilanci delle scuole, alla voce “sicurezza” ci sono poche migliaia di euro che servono per l’ordinaria manutenzione.

Un preside italiano in un edificio scolastico insicuro può solo chiedere allo Stato, attraverso i suoi enti locali che degli istituti sono i proprietari, di attivarsi. Ma non può chiudere la scuola, perché finirebbe nei guai per interruzione di un pubblico servizio. Può solo sperare che non succeda niente di grave, per la incolumità di tutti e perché lo Stato non gli chieda anche di indossare le vesti di imputato. Perché vorrebbe dire che sette millimetri non sono bastati.

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