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Sassari

Cinquantenne di Sassari muore in ospedale a Mantova dopo un Tso, aperta una inchiesta

di Gianni Bazzoni
Cinquantenne di Sassari  muore in ospedale a Mantova dopo un Tso, aperta una inchiesta

L’uomo era stato ricoverato in Psichiatria dove gli erano stati somministrati sedativi. Disposta l’autopsia

20 novembre 2016
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SASSARI. Morto dopo un Trattamento sanitario obbligatorio e la somministrazione di sedativi nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Mantova, dove era arrivato passando per il pronto soccorso. Sul decesso di Antonio Scaletta, 52 anni di Sassari, da poco domiciliato a Mantova, è stata aperta una inchiesta che dovrà fare chiarezza sulle cause che hanno provocato il decesso. E soprattutto sarà fondamentale capire se il cuore dell’uomo ha ceduto dopo quella serie interminabile di emozioni e “forzature” che lo hanno visto protagonista dalla tarda serata di giovedì 17 novembre fino alle cinque del mattino, quando è avvenuta la morte. Il pubblico ministero Andrea Ranalli ha disposto l’acquisizione del referto del pronto soccorso ma anche degli altri documenti (quelli relativi alla somministrazione dei farmaci), oltre al certificato con il quale è stato disposto il Trattamento sanitario obbligatorio (che viene adottato per motivi di sicurezza personale).

La storia. La vicenda comincia nella tarda serata di giovedì. Qualcuno segnala alla centrale operativa del 113 che in via San Cristoforo c’è qualche problema: un uomo che occupa uno degli appartamenti del condominio nel centro storico sta dando in escandescenze. Calci e pugni alla porta e alle pareti, urla. Arriva una pattuglia della sezione volanti e gli agenti - secondo quanto risulta dalla relazione di servizio - trovano A.S. in condizioni di forte agitazione. Pronuncia frasi senza senso e gli operatori della pattuglia cercano di tranquillizzarlo, poi decidono per l’accompagnamento in ospedale.

Al pronto soccorso. Davanti ai medici del pronto soccorso, Antonio Scaletta è sempre più agitato. I sanitari non riescono a calmarlo e neppure a ottenere il suo consenso per restare in ospedale. Il passo successivo è quello della richiesta del ricovero coatto che può avvenire solo con un Tso (Trattamento sanitario obbligatorio): la prassi prevede che sia il sindaco o un suo delegato ad emettere il provvedimento. Quindi viene chiesto l’intervento della polizia locale. A mezzanotte la pattuglia è al pronto soccorso con la documentazione necessaria. Scatta la procedura e i medici possono procedere con la somministrazione di sedativi. Poi viene deciso il trasferimento in psichiatria. La situazione sembra in via di soluzione.

La tragedia. Invece il quadro clinico del 52enne di Sassari precipita con il passare delle ore, e alle 5 del mattino il suo cuore si ferma. Inutili tutti i tentativi di rianimare l’uomo. Il certificato di morte evidenzia che il decesso del paziente è dovuto ad “arresto cardiocircolatorio”, ma non vengono indicate le cause che lo hanno provocato.

Le indagini. Scattano le indagini, viene informato il magistrato di turno che dispone i primi provvedimenti. La salma di Antonio Scaletta viene trasferita dall’obitorio dell’ospedale all’Istituto di Patologia forense per l’autopsia che dovrebbe svolgersi nei primi giorni della prossima settimana. Il medico legale sarà chiamato dal sostituto procuratore Andrea Ranalli anche a valutare i certificati medici, il referto del pronto soccorso e la prescrizione dei farmaci che sono stati somministrati all’uomo dal suo ingresso al pronto soccorso del “Poma” fino al trasferimento in psichiatria dove si è verificata la morte.

Gli accertamenti. I primi accertamenti formali dovranno chiarire - tra le altre cose - perché Antonio Scaletta fosse così agitato a casa quando sono intervenuti i poliziotti dietro segnalazione dei vicini di casa. E poi tutti gli aspetti relativi al ricovero, alla somministrazione dei farmaci in ospedale e se può esserci un nesso fra le cure praticate durante il ricovero e la morte sopraggiunta poche ore più tardi. Gli agenti hanno confermato che per accompagnare l’uomo in ospedale «non c’è stato bisogno di ricorrere alla forza fisica».

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