Colpa medica, scontro sulla perizia
Chirurghi imputati dopo la morte di un paziente di Ozieri, ora il pm contesta anche l’omessa diagnosi
SASSARI. Da una parte il consulente del pm, la dottoressa Rita Celli, conferma davanti al giudice Gian Cosimo Mura i contenuti della sua perizia e dice: «L’intervento era necessario ma non con una rimozione totale della cisti. E inoltre non sono stati eseguiti due esami diagnostici importanti». Dall’altra la difesa: «I chirurghi avevano programmato un intervento differente ma, durante l’operazione, l’improvviso sanguinamento di un’arteria ha reso obbligatorio decapitare la cisti». “Diatriba” che si è conclusa con l’aggiunta – da parte del pm Carlo Scalas – di una nuova contestazione ai medici imputati: omessa diagnosi.
Entra nel vivo con un “dibattito” acceso sulla consulenza il processo che vede tre chirurghi delle cliniche universitarie di Sassari accusati di omicidio colposo dopo la morte di un paziente di Ozieri in seguito a un intervento per l’asportazione di una cisti. Si tratta di Salvatore Denti, Fabrizio Scognamillo e Mario Trignano, quest’ultimo all’epoca responsabile del reparto.
Mario Tanda, allevatore di 55 anni, il 24 ottobre del 2011 era stato ricoverato nell’unità di Patologia chirurgica delle Cliniche per l’asportazione di una cisti di echinococco di dieci centimetri vicina al fegato, ormai vecchia e calcificata. L’allevatore aveva comunque deciso di operarsi per rimuoverla e quel giorno di ottobre in sala operatoria c’erano Salvatore Denti, primo chirurgo, e il suo aiuto Fabrizio Scognamillo. L’intervento all’inizio andò bene, furono le complicanze successive dovute a un’emorragia a rilevarsi devastanti: i chirurghi riuscirono a bloccare il sanguinamento in sala operatoria ma il paziente morì otto giorni dopo in Rianimazione. Il consulente dell’accusa – la dottoressa Rita Celli – stabilì che «quella cisti non doveva essere asportata radicalmente ma solo parzialmente decapitata». Soprattutto «era localizzata vicino al fegato, a contatto con grossi vasi sanguigni, in una zona difficilmente aggredibile». I chirurghi – assistiti dagli avvocati Stefano Carboni, Antonello Urru e Pietro Piras – si erano difesi davanti al gup producendo anche le fotografie dell’intervento dalle quali, a loro dire, emergeva che l’asportazione della cisti era stata effettuata proprio per arginare il sanguinamento che si verificò nella base terminale. Un’operazione quindi obbligata.
In aula, due giorni fa, la Celli rispondendo alle domande del pm, ha spiegato che attraverso un’angioTac e una risonanza magnetica i medici avrebbero potuto rendersi conto della situazione di vasi sanguigni e arterie, invece «andarono incontro a un intervento sconsigliato dalle linee guida internazionali». Ma la rimozione totale della cisti, sostiene la difesa, «è stato un intervento di emergenza perché in programma c’era invece una “pericistectomia parziale”. Durante l’operazione, però, un’arteria ha provocato il sanguinamento e a quel punto sono stati obbligati a procedere con l’asportazione totale della cisti». L’avvocato di parte civile Antonio Secci, che rappresenta i familiari della vittima, rispetto alla omessa diagnosi ha commentato: «Probabilmente il povero Tanda avrebbe deciso di non operarsi». Il 5 aprile la prossima udienza.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
