«Il giorno più bello l’abbraccio con Farouk»

Marco Spina (primo a destra) accanto a Fateh Kassam e Antonello Pagliei

Il ricordo del poliziotto Marco Spina di quella sera del luglio del 1992: la liberazione del bambino dopo 177 giorni di prigionia

SASSARI. «Quella sera di luglio del 1992 siamo andati a prenderlo ai piedi del Cedrino. Sapevamo che il bambino era libero in quella zona e abbiamo cominciato a chiamarlo. Lui era nascosto dietro a un grosso masso, non rispondeva. Gli avevano dato disposizioni rigide i rapitori: non rispondere a nessuno, stai zitto e fermo lì...».

Così Marco Spina ricorda i momenti della liberazione di Farouk Kassam, il bambino di 8 anni sequestrato e rilasciato dopo 177 giorni di prigionia.

«Eravamo lì con la squadriglia, a un certo punto gli abbiamo urlato: Farouk...Farouk...c’è tuo padre che ti cerca. E il bambino saltò fuori, ci corse incontro. Gli abbiamo dato da mangiare e da bere: frutta e caramelle, metteva tutto in bocca. Aveva la parte superiore dell’orecchio destro tagliata e i capelli rasati. Gli mettemmo in testa il cappellino della polizia. Fu un momento di grande emozione per tutti, riportare a casa un bambino, restituirlo ai familiari è la cosa più bella che può fare un poliziotto».

Il bambino poco dopo venne accompagnato nel punto dove lo attendeva il padre che lo portò a casa. «Era già arrivato e noi abbiamo continuato a tenerci sul vago per lasciargli il tempo di vivere i primi momenti di tranquillità con il padre, la madre e la sorellina. Ormai la notizia della liberazione si era diffusa, venne anche confermata ma per un po’ riuscimmo a tenere riservato il luogo dove era stato portato Farouk. Molti pensavano che fosse ancora con noi...».

Il sequestro del bambino che venne barbaramente strappato ai suoi cari il 15 gennaio e rilasciato dopo il pagamento di un riscatto (due miliardi di lire, anche se la richiesta era stata di sette e l’importo non è mai stato confermato) è uno degli episodi che Marco Spina ricorda senza esitazione. «Era solo un bambino, provammo una grande tenerezza, eppure nella squadriglia c’era gente che ne aveva viste di tutti i colori ed era abituata a indagini di un certo tipo. Però vedere quel bambino con l’orecchio mutilato, impaurito correre verso di noi è una cosa che non dimenticherò mai...».

Di quel periodo, il poliziotto-maratoneta ricorda il lavoro investigativo fatto anche di sperimentazioni. «Fummo tra i primi in Italia a intercettare i cellulari – racconta – per esempio durante il sequestro di Salvatore Scanu di Sassari. I colleghi di Torino ci avevano dato un prototipo: potevamo intercettare una persona per volta ma dovevamo stare sotto lo stesso ponte altrimenti perdevamo il segnale. Oggi puoi farlo stando al computer e seguire 200 persone. Altri tempi...». (g.b.)

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