La Nuova Sardegna

Sassari

Il reato di tortura bloccato al Senato: una ferita alla dignità umana

Ettore Licheri

È dal 1989, anno in cui l'Italia ratificò la Convenzione della Assemblea generale Onu, che il delitto attende di entrare nel nostro ordinamento penale

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Tutti sanno cosa accadde nel carcere di San Sebastiano quel freddo pomeriggio di inizio primavera del 2000. Una trentina di detenuti vennero trascinati fuori dalle loro celle e condotti nei locali colloqui del piano terra. La loro colpa era quella di aver promosso, giorni prima, una protesta contro le fatiscenti condizioni della struttura. Ad attenderli un plotone di agenti di polizia penitenziaria. I resoconti processuali riferiranno di uomini denudati, picchiati e obbligati a rimanere in piedi con la fronte appiccicata al muro. Seguirono gli arresti dei pubblici ufficiali, gli interrogatori, le scarcerazioni e le imputazioni: lesioni personali ed abuso d'ufficio.

Lesioni, dunque, come si trattasse di uno spintone dato in discoteca; ed abuso d'ufficio, come per l'impiegato che in Catasto pone illegittimamente un timbro. Fu, forse, quella la prima volta che l'opinione pubblica sarda avvertì la mancanza nel nostro codice penale di una norma appropriata ai comportamenti di quella sera. Si procedeva con imputazioni inadeguate che non rispecchiavano il senso ed il disvalore di ciò che i detenuti raccontavano. Quando invece era tangibile la sensazione che, nel segreto di quelle mura, la ferocia e la prevaricazione si fossero fusi come metalli incandescenti, per dare vita a qualcosa di orrido, di abominevole, a qualcosa che assomigliava tanto alla tortura. Vale la pena rievocare questa pagina di storia recente perché pochi giorni fa il testo di introduzione del delitto di tortura si è nuovamente bloccato al Senato, colpito da due differenti emendamenti. Ed è dal 1989, anno in cui l'Italia ratificava la Convenzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli e disumani, che il delitto di tortura attende di entrare nel nostro ordinamento penale.

Dopo l'approvazione della proposta di legge da parte della Camera si riteneva che il percorso parlamentare fosse prossimo alla conclusione. Ed invece così non è stato. Benché il concetto di “tortura” sia riportato all'art. 1 della Convenzione Onu, i nostri politici non trovano condivisione sul significato da attribuire a quel termine.

Eppure la norma internazionale sembrerebbe chiara: «La parola tortura designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito».

Quanto sopra enunciato è, di fatto, ciò che successe quel giorno dietro le sbarre del carcere di San Sebastiano? Non lo sapremo mai. Ma di una cosa possiamo essere certi: continuare a tenere fuori dal nostro ordinamento il reato di tortura significa mantenere aperta una ferita al cuore della dignità umana ed alla grandezza morale di questa nazione.

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