PARLIAMONE - La sanità paralizzata dai reagenti: a Sassari succede
Un anno fa l'assessore regionale alla Sanità bollò come eccessivamente allarmista la lettera aperta di 66 primari che denunciavano lo sfacelo delle strutture sassaresi, quest'anno si è arrivati a non poter fare le analisi di laboratorio perché non ci sono i prodotti necessari per eseguirle
SASSARI. «Sinceramente non capisco sulla base di quali calcoli i medici lamentino entrate inferiori al fabbisogno». Quando pronunciò questa frase, dieci mesi fa, l’assessore regionale Luigi Arru ce l’aveva con 66 primari. In una lettera aperta che non aveva precedenti nella storia della sanità sarda, i dirigenti di tutti i reparti ospedalieri e delle cliniche universitarie avevano descritto la disastrosa situazione degli ospedali e delle cliniche sassaresi. La diagnosi dava poche speranze: reparti senza l’indispensabile, organici ridotti all’osso, macchinari da rottamare. Una situazione, per usare le parole dei camici bianchi, dove i pazienti «sono talvolta esposti a rischi gravissimi, a causa della impossibilità di approvvigionarsi anche di farmaci salvavita».
Arru bollò la clamorosa segnalazione come «apprensioni di primari che si trovano a gestire i disagi di un reparto e che vorrebbero soluzioni immediate». Un modo gentile per dire ai suoi colleghi che stavano esagerando. All’epoca l’assessore stava gestendo il difficile parto della Grande Riforma della sanità e forse non aveva tanto tempo di occuparsi di situazioni locali. Adesso, però, potrebbe dare uno sguardo a ciò che sta accadendo a Sassari e concedere qualche risposta.
È normale che i laboratori di analisi del più grande presidio sanitario del nord Sardegna si blocchino perché non ci sono reagenti? È una cosa che capita anche altrove? A Cagliari, solo per fare l’esempio di un’altra eccellenza sanitaria, è mai accaduto che le analisi di laboratorio, gli interventi chirurgici o i trasferimenti di pazienti da un ospedale all’altro, siano stati condizionati o addirittura sospesi dalla burocrazia? La risposta è no, altrove non accade. Quindi, dieci mesi fa avevano ragione i primari sassaresi. Avevano ragione allora e hanno ragione oggi: accade ancora che in città, come scrivevano in quella famosa lettera, sono ancora «eccessivamente rallentati i tempi degli iter diagnostici e quelli di trattamento». Restano le gravi carenze: di farmaci, di presidi, di attrezzature, di personale medico, di personale infermieristico e tecnico, strutturali.
Dieci mesi fa la diagnosi sulla sanità sassarese portava le firme dei primari di microbiologia, nefrologia, neonatologia, neurologia, neurochirurgia, neuropsichiatria infantile, oculistica, odontoiatria, oncologia, ortopedia, ostetricia e ginecologia, otorino, pediatria, pneumologia, pronto soccorso, psichiatria, psicologia dell’emergenza, radiologia, reumatologia, riabilitazione, riabilitazione cardiologica, rianimazione, stroke unit, terapia intensiva, unità ustioni, urologia. Tanti colleghi dell’assessore, ai quali Luigi Arru replicò che erano apprensivi primari «che vogliono soluzioni immediate».
A parte che non ci sarebbe niente di male ad aspettarsi soluzioni immediate in un ospedale, Arru replicò che non si trattava di un problema di soldi ma di gestione ottimale delle risorse. Giusto. Gestire bene le risorse significa anche acquistare in tempo i reagenti indispensabili per eseguire analisi dal cui risultato dipende la salute delle persone. Che poi sono le preziosissime risorse umane intorno alle quali ruota (o dovrebbe ruotare) la sanità.
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